LA FILOSOFIA DEL CALCIO SECONDO IL CARRAI

di Gano

Non sono mai stato uno sportivo, anche se devo ammettere che il tennis è un bello spettacolo; pulito e preciso, un gioco di linee e rimbalzi, dritti e rovesci che ha tutta una sua musica. Se poi è giocato dalle signore, con quei loro completini corti, candidi come le confezioni dei confetti, allora ci puoi perdere anche un paio d’ore davanti al maledetto schermo, con la Vecchia Romagna a farti compagnia, la boccia s’intende… Ma il calcio proprio non mi è mai andato giù, per due ragioni in particolare; primo, la versione al femminile praticamente non esiste, secondo, perché non sono mai riuscito a capire come cavolo funziona quel maledetto fuorigioco. Comunque al bar qualche partita la guardo, anche perché la domenica non si scappa, son tutti in prima fila a vedere il campionato. Spesso rimango al banco a far compagnia alla Giorgia, lontano dalle urla degli sciamannati, ma le domeniche in cui la prosperosa figliola di Aldo il barista è di festa, mi aggiro come un’ombra attorno al cuneo di sedie che si forma davanti al vecchio televisore Mivar, volgare anfiteatro dei nostri tempi. Continua a leggere

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ROSSO NATALE

di Jonathan Macini

La vigilia di natale mi vesto di rosso, per via delle macchie…
Mi metto il cappello con le campanelle, la barba finta, con quei fastidiosi pilucchi che mi entrano in bocca e mi fanno sputare, gli stivali alti foderati di pelliccia e alle otto di mattina incomincio il giro della città. La stazione dei treni, quella degli autobus, la via dei negozi con tutte le lucine accese, il centro commerciale, la piazza della chiesa, dove mi metto a disposizione di chi vuole scattare qualche foto, e poi di nuovo a camminare per il centro storico, perché col freddo che fa non ci si può permettere di rimanere fermi. Continua a leggere

LA FACCENDA DELLA STIRERIA

di Gano

Davanti a questo foglio bianco voglio una volta per tutte chiarire la misteriosa faccenda della stireria, che col passare del tempo si è trasformata in una storia di cattivo gusto che al bar, ma ormai anche in tutto il quartiere, sta lentamente pregiucando la mia reputazione. Ora, non c’è bisogno di tante introduzioni, il Gano lo conoscono tutti e solo chi c’ha da la coda di paglia può affermare che io non sia una persona di parola. Non ho peli sulla lingua, forse ce n’ho qualcuno nel culo, ma quelli servono per tenere alla larga i manganelli di carne. Ed è esattamente di questo che vi voglio parlare.
Non faccio segreto del fatto di esser stato più di una volta in compagnia di un travestito, sempre e solo in atteggiamento da signore come nei confronti di una signora, non so se mi spiego. A me interessa solo la crema della vita e non sto certo a rimuginare sull’etica o sulle morali, tanto meno quelle cristiane. Hai visto un po’ di cosa son capaci di fare certi uomini di dio; bombe, guerre, stragi, violenze. Io in quarantasette anni non ho mai alzato le mani su nessuno che non se lo meritava, e comunque anche in quel caso è successo molto di rado. Prima di arrivare alle mani cerco sempre di spiegarmi, per questo sono qui a chiarire la faccenda della stireria, anche perchè mi sono rotto i coglioni e voglio che questa storia si cheti una volta per tutte. Continua a leggere

MASTRO LINDO

di Gano

«Che c’è Ciccio?»
Al bar Mastro Lindo chiamava tutti “Ciccio”, perché i nomi non erano il suo forte. L’interesse disinvolto che dimostrava per le persone aveva un che di genuino. Lungo e magro come un giunco, si chinava con la testa pelata per guardarti in faccia e stabilire un contatto. Aveva gli occhi lucidi, inumiditi dai troppi camparini, ma azzurri e sinceri come quelli di un cucciolo. Riusciva a vederti dentro, non so se mi spiego. Ci sono persone che nonostante abbiano imboccato strade avverse e con gli anni siano diventate le ombre di una città malata, rimangono in qualche modo pure dentro, e quella purezza affiora nei momenti più impensati, magari verso l’ora dell’aperitivo quando la giornata ce l’hai tutta sul groppone, e ti aggrappi al negroni come un naufrago, perdendo lo sguardo oltre le porte a vetri del bar, dove la pioggia batte e l’asfalto graffia. Continua a leggere

LA LEGGENDA DEL BRISCOLONE

La leggenda del briscolone

di Gano

– Brutta caccola, dov’eri finito! –
– Come dov’ero finito, non mi sono mai mosso di qui, io! –
– Non è possibile, è la terza volta che faccio il giro della piazza… –
– Fatti una visita agli occhi, che ti devo dire… –
– Vieni, monta, sennò si fa tardi. –
Rocco e Pelo si conoscevano da una vita, o forse si erano visti anche prima, e come dicono certe filosofie orientali può essere che quelle due anime balorde siano destinate a reincarnarsi all’infinito per stare sempre vicine. Asilo insieme, scuola insieme, militare insieme, prima volta insieme, ovviamente sul vialone, non c’era cosa che uno non sapesse dell’altro. Neanche le rispettive mogli li conoscevano come si conoscevano tra di loro.
Il giorno di cui vi racconto era uno di quei pomeriggi piovigginosi di novembre, ancora non freddo ma buio e tristo. Rocco aveva fissato alle tre davanti al bar, e in effetti Pelo era già lì alle tre meno un quarto, ma tra le sambuche e le chiacchiere era rimasto ancorato al banco. Rocco non c’aveva le traveggole, era davvero passato davanti al bar due volte senza trovarlo, ma Pelo non voleva mai pigliar torto, e Rocco questo lo sapeva bene, così lo lasciava dire. Continua a leggere

UNA TERRIBILE ESTATE

UNa terribile estate

di Jack Lombroso e Jonathan Macini

New Orleans, 1922

Domenica 13 Agosto

Caro Teodor,

sono già passati quattro mesi dalla mia partenza da Chicago e trovo finalmente tempo per scriverti. New Orleans è calda e appiccicosa e questa condizione sembra riversarsi anche sull’ambiente che mi circonda. Ogni cosa, case, strade e persone hanno le sfumature dell’ambra, come se tutto fosse ricoperto di miele; mi pare ormai di sentirne perfino l’odore nell’aria. Siamo ancora in America ma il grigiore di Chicago ha lasciato posto a colori e suoni quasi caraibici.
Ho preso residenza in una casa in periferia della città, vicino alle abitazioni della comunità nera. È un grande edificio a due piani, completamente in legno e davanti all’ingresso corre una veranda con le scalette. Ci ho sistemato un vecchio tavolino a tre zampe che ho trovato in una stanza semivuota e una poltrona a dondolo scricchiolante che accompagna i miei drink al tramonto.
Ti confesso che pensavo fosse più facile spingere queste persone a fornirmi materiale per la mia ricerca.
Ho subito assunto anche una domestica, una donnona nera che gira per casa tre volte la settimana canticchiando e mantiene in ordine tutto il caos che riesco a creare. Continua a leggere

VELDULE MISTE E LISO

veldule-miste-e-liso

di Jonathan Macini

La città é una maschera grigia di nebbia. Copre ogni cosa col suo silenzio. Sembra dormire la città, sotto una soffice coltre. Ma la città non dorme mai, nemmeno alle quattro del mattino, in quelle nottate invernali lunghe e gelide. Neanche i gatti per i vicoli, i semafori lampeggiano d’arancio, un neon rotto e una sirena in lontananza. La città è immobile, ma respira ancora, come un vecchio randagio che chiede l’elemosina alla stazione, una serpe in agguato, un felino pronto a scattare. La città diventa pericolosa quando dorme. La abitano strane creature, animali della notte, girano nascosti nelle ombre, vergognandosi delle proprie deturpazioni, quelle dell’anima s’intende. Continua a leggere