PANFILO

di Gano

Al bar lo chiamavamo Panfilo, non per la sua stazza, dato che era sul metro e settantacinque e ben proporzionato, ma perché aveva sempre avuto manie di grandezza e, anche se non se lo poteva davvero permettere, si era comprato un piccolo motoscafo di cui andava molto fiero… da lì il soprannome, che a lui in principio non piaceva ma che aveva saputo col tempo accettare, come tutto il resto d’altronde. Perché in fondo è sempre stato un buon uomo, anzi, forse un po’ troppo buono per questo mondo. Io lo dico sempre, se si vuol giocare al gioco del Mondo Bastardo, bisogna essere un po’ bastardi dentro, altrimenti si rischia solo di galleggiare nella merda, fino al dannato giorno in cui la nera signora viene a reclamare la tua anima. Continua a leggere

IL 91

Il 91 è l’autobus notturno. Gira praticamente a vuoto per le vie deserte della città, come una sentinella orgogliosa della sua ronda. Sfreccia davanti alle vetrine illuminate dei negozi, s’infila sicuro nei viottoli del centro storico, sorpassa, quando può, i veicoli per la pulizia delle strade, correndo come un pazzo fino al capolinea della stazione. Laggiù l’autista, che sembra uscito da un film degli anni settanta, si accende una sigaretta e si legge il giornale ancora fresco d’inchiostro. Dieci minuti e poi via, a ricordare ai nottambuli e agli ubriachi che, nonostante il silenzio e l’oscurità, la città sta solo dormendo.

Gano per 101 Parole

QUANDO SI SPENGONO LE LUCI

C’è un momento del giorno, anzi della notte, in cui, per come possano andare le cose, immancabilmente mi prende l’angoscia. Normalmente sopraggiunge verso le una, ma di sabato si arriva anche alle due e mezzo. È l’attimo in cui Aldo, proprietario del bar, abbassa le luci. L’ambiente, privo del neon del reparto paste e illuminato vagamente dai frigoriferi per le bibite gassate, perde di quella vitalità di cui si riempie sistematicamente ogni giorno. In quell’istante mi sento braccato, come se le ombre volessero farmi fuori. Così mi scuoto, indosso il cappotto e saluto.
Ma è dura trovare la via di casa.

Gano per 101 Parole

UN NATALE COI FIOCCHI

di Gano

Io al calendario non ci bado, almeno che non ci si avvicini al Natale, perché quello è un periodo molto delicato, non solo per via delle bollette del gas, che casomai a qualche poco di buono gli venisse in mente di tagliarti la fornitura prima del 25 ti tocca a fare tutte le feste all’addiaccio. Mi ricordo l’inverno di due anni fa… una tragedia. Vi dicevo, a parte il problema del gas, il periodo è delicato per via delle emozioni.
Le emozioni degli uomini come il Gano son nascoste sotto uno spesso strato di sofferte esperienze, ed affiorano solamente in occasioni particolari. Insomma, a dirla breve, per far piangere il Gano ce ne vuole, ma se lo prendi sotto le feste natalizie, magari fuori dal bar, in quei pomeriggi bui in cui tutti si apprestano a tornare a casa dalle loro famiglie, ti può capitare di vedergli luccicare gli occhi. Così ti prende la voglia di avvicinarti, di mettergli una mano sulla spalla, di chiedergli cosa c’è, e lui farà finta di nulla e incolperà sistematicamente una congiuntivite allergica di qualche tipo. Perché i cani randagi tengono poco al pelo, ma sono orgogliosi del loro cuoricino.
Perciò, quando si arriva a dicembre, incomincio a fare attenzione al passare dei giorni. Mi metto anche a contarli, per non sbagliare. A Natale bisogna che inventi qualcosa, altrimenti mi viene un’ansia tremenda, e l’ansia nasconde il timore di lasciarmi irretire dalla passeggiata in riva il fiume, fino al ponte più alto. Oh, la vista laggiù è magnifica. Basterebbe un piccolo salto… ma no, basta pensare a queste cose.
Il ventiquattro mi organizzo. Al bar c’è ancora il telefono pubblico, sia benedetto, così tiro fuori l’agendina e faccio il giro degli amici. Già, gli amici… Ma chi saranno poi mai questi amici? Molti sono ammogliati, parecchi divorziati ma con i figli, c’è chi ancora vive con la mamma o chi invece se n’è andato a vivere lontano. Qualcuno non c’è più, pace all’anima sua, ed io mi sono dimenticato di cancellargli il nome. Carlino, ecco, forse lui… compongo il numero ma non risponde. Chissà che fine avrà fatto! Nicola, divorziato senza figli. Forse lo becco… Occupato, buon segno. “Ciao Nicola, son Gano. Come te la passi. È tanto che non ti vedo al bar… No, pensavo di fare qualcosa per il 25, un pranzo dal Freddy o che ne so… Ah, sei da tuo fratello, a Perugia… ho capito. Vabbé, sarà per un’altra volta… Ciao, ciao…”
L’agendina è quasi alla fine. Rimane lo Zenone, vecchio tossico irriducibile. A lui le feste non hanno mai detto niente. Forse è per questo che son rimasto sempre lontano da quella robaccia. Per farti sentire un po’ meglio ti appiattisce tutto il resto. Ah no, lasciatemi il mio vino, con tutti gli sbalzi d’umore annessi e il fegato ingrossato. Preferisco centomilavolte così!
E allora cosa si combina domani? Gli amici son tutti andati… e le amiche? Chissà perché non si pensa mai alle amiche in queste occasioni. Le amiche servono per ricordare, mentre gli amici son fatti per dimenticare, e il Natale è un qualcosa di cui è meglio dimenticarsi. Le donne ti ricordano la tua umanità, mentre gli uomini hanno un indole autodistruttiva, indispensabile quando le emozioni più forti affiorano. Ti siedi attorno al tavolo, ordini da mangiare e da bere e inizi a parlare delle cose più irrilevanti, ma con il cuore leggero e la battuta pronta. La serata di solito finisce sul materasso, col ventre pesante e il cervello offuscato dalle troppe grappe. È così che mi piace passare il Natale, cioè è così che l’ho sempre passato…
Torno a capo dell’agendina e inizio a chiamare le ragazze. Le ragazze hanno la mia età, ovvero vanno per gli “anta”, ma per me rimangano sempre ragazze. La Debora, ad esempio; due matrimoni andati male, un figlio all’università, un negozietto di biancheria intima in centro che con la crisi che c’è non va proprio a gonfie vele. Oppure la Cinzia, vecchia compagna di scuola, poco più più di un metro e cinquanta ma con un corpicino delizioso e due occhi neri come l’Africa. Uscivamo insieme nel’88, o forse era l’87… Poi ci sarebbe la Giulia, perché c’è sempre una Giulia. Non so com’è, ma questo nome torna sempre a tormentarmi. La Giulia delle medie, quella del mare, la moglie dell’amico che fa l’occhiolino, la commessa del negozio con la scollatura impertinente, la maestra di scuola e l’impiegata comunale. Insomma, di Giulie ce ne sono un po’ troppe… La Carla invece… Ah, la Carla, ma certo. Speriamo che non abbia cambiato numero.
– Pronto Carlina, ciao… Sono il Gano, come stai?…
Incominciò così quel Natale. Lei era un po’ giù perché si era appena lasciata col suo uomo, così le proposi un pranzo al Quercione a base di tortelli ripieni alla cernia con prataioli e caviale, bocconcini di pescatrice al cartoccio con punte di asparagi, insalatina mista di radicchi e panettone fatto in casa, il tutto annaffiato da un vino bianco di campagna appena vendemmiato. Le grappe seguirono, insieme alle risate e a un vecchio stornellista animato dal momento. Il locale era pieno di gente allegra, i camerieri andavano e venivano con gli amari, il fuoco della brace ardeva contento in mezzo alla sala, e poi c’era Vinicio, ottantatré anni e un’ugola d’oro. Cantò fino alle cinque improvvisando i versetti più sconci e le rime più vere.
Uscimmo in strada che era già buio, così chiesi alla bimba: – Ti va di passare a casa mia?
Lei annuì e si accese una sigaretta. Fu così che per un attimo il Natale mi sembrò per davvero una festa.

Gano, poeta ubriacone

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E IL MONDO NON FU PIÙ LO STESSO

Ero al bar a farmi il solito gotto delle tre meno dieci… Non sto dietro ai tempi, io… bevo quando mi va, alle otto di sera come a quelle di mattina, ma quell’occasione me la ricordo bene perché guardai l’orologio sopra le mensole dei superalcolici; le due e cinquanta spaccate. La Bruna se ne uscì dalla sala tombola bestemmiando, Mario entrò dalla porta a vetri urlando al cellulare mentre il Lillo alternava le grattate di scimmia a quelle del gratta e vinci. Poi la TV vomitò di un aereo schiantato in una torre, e il mondo non fu più lo stesso.

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BATTUTACCIA

Era un giorno di quelli aggrappati al bancone, col fuoco in corpo e la mente in balia del vortice alcolico. Succede di rado perché, detto in tutta onestà, in quelle condizioni faccio proprio schifo. Di solito rimango su un livello alticcio e giocherellone, ma quel giorno andò così…
Nel bar entrò Pinuccio, mogio come un gattino infreddolito. La moglie era dal ganzo, al solito… A me scappò una battutaccia, lui mi guardo sbieco e se ne andò. Tre giorni dopo lo trovarono nel fiume, gonfio come un canotto.
Mi ci volle un anno per levarmi di dosso il senso di colpa!

Gano per 101 Parole

LA TITTA

La Titta si spogliò al lume della vecchia e sbilenca abat-jour del comò. Le ombre le nascondevano caritatevolmente le smagliature e le vene varicose. Vista di lato pareva ancora una leonessa, come a bei vecchi tempi…
– Gano, ti ricordi la prima volta che l’abbiamo fatto?
Io da sotto il lenzuolo ammiccai. – Certo, Tittina. Al pratone… La guardia giurata ci beccò sul più bello…
Poi si sfilò il reggipetto e si sdraiò accanto a me.
– Quanti anni son passati?
– Non pensarci piccola, vieni qui…
Da fuori ci arrivò la sirena di un’ambulanza, ma era ancora distante. Molto distante…

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