IL TEMPO DI FINIRE – Prima Parte

di Jonathan Macini

Tornare al solito momento
Desiderato e odiato
Eppure necessario
Perché tante notti mi attendono
Notti difficili
Dove neanche gli amici più ingannevoli
Possono farmi dimenticare questa verità
Perché io, che lo voglia oppure no
Sono condannato a macchiare queste pagine.

“Di cosa ho bisogno?” Urla l’erba malata sul prato. Forse solo di un po’ d’acqua.
Il giorno sbiadisce, tra allergici grattamenti e ventri pesanti. Tutto ciò dopo il cambiamento, nel mezzo di un nuovo condizionamento, e senza nemmeno un po’ di whisky. Bucare una nuvola di passaggio. Una sete irritante mi desertica le labbra. C’è ancora il sole, impegnato in giochi erotici con le fronde dei pochi alberi rimasti, ed io li osservo desiderando la notte. Aspetto. Continua a leggere

SULLA LAPIDE

Flussi variopinti
Arcobaleni di anime
Stringo il significato al petto
Davanti alla tua lapide che riflette
I colori di questa abbacinante primavera.

L’olezzo non più ricopre le tue vestigia
Sei tutt’uno con il fango
Frammenti della tua luce
Filtrano la terra
Sgocciolano dentro la montagna.

La notte avanza
Peccaminosa
Sotto l’occhio degli spiriti
Ignari
Ne pieghiamo il senso
Ai nostri vincoli materiali.

Lei ti ha corrotto anche per me
E tu hai pagato solo per lei
Ti è rimasta la luce delle stelle
Nelle ossa mangiate dai vermi
E adesso nutri la terra
Che io stringo tra le dita
Fino a sbiancare le nocche.

Notorius – Altri Lavori

IL 91

Il 91 è l’autobus notturno. Gira praticamente a vuoto per le vie deserte della città, come una sentinella orgogliosa della sua ronda. Sfreccia davanti alle vetrine illuminate dei negozi, s’infila sicuro nei viottoli del centro storico, sorpassa, quando può, i veicoli per la pulizia delle strade, correndo come un pazzo fino al capolinea della stazione. Laggiù l’autista, che sembra uscito da un film degli anni settanta, si accende una sigaretta e si legge il giornale ancora fresco d’inchiostro. Dieci minuti e poi via, a ricordare ai nottambuli e agli ubriachi che, nonostante il silenzio e l’oscurità, la città sta solo dormendo.

Gano per 101 Parole

LASCIAMI PARLARE!

di Jonathan Macini

La cena era perfetta, ma lui ebbe da ridire sul condimento dell’insalata di radicchi selvatici. Troppo aceto, e poi a lui piaceva quello normale, non balsamico. Lei provó a controbattere, ma lui le mise un dito sulle labbra e sorrise. Piú tardi lei provó a sintonizzare il canale delle prime visioni, ma lui le spiegó perentorio, ma con gentilezza, che avrebbe visto il suo talk show preferito. Lei non seppe cosa dire e andó in cucina a fumarsi una sigaretta. Quando lui fiutó il fumo le chiese, ringraziandola in anticipo, di spegnerla. Fu a quel punto che lei afferró le forbici.

101 parole

QUANDO SI SPENGONO LE LUCI

C’è un momento del giorno, anzi della notte, in cui, per come possano andare le cose, immancabilmente mi prende l’angoscia. Normalmente sopraggiunge verso le una, ma di sabato si arriva anche alle due e mezzo. È l’attimo in cui Aldo, proprietario del bar, abbassa le luci. L’ambiente, privo del neon del reparto paste e illuminato vagamente dai frigoriferi per le bibite gassate, perde di quella vitalità di cui si riempie sistematicamente ogni giorno. In quell’istante mi sento braccato, come se le ombre volessero farmi fuori. Così mi scuoto, indosso il cappotto e saluto.
Ma è dura trovare la via di casa.

Gano per 101 Parole

LA FOTO

di Jonathan Macini

Non riesco a stare fermo, non più. Anche mentre tutto tace, e il respiro del mondo si fa sottile, attutito dallo spessore di queste porte-finestre dai doppi vetri, odo il rintoccare dell’orologio in cucina, lo scorrere inesorabile della giornata. Prigioniero di quattro mura e di un accesso alla rete, mi trascino davanti allo schermo e allungo lentamente la mano verso il comando di accensione. Mi fermo, non proprio indeciso ma infastidito dalla sensazione di “non-scelta” che mi pervade. Vorrei resistere solo per dimostrare a me stesso di non aver bisogno di questi stupidi giochi tecnologici. Potrei farmi un caffè d’orzo e continuare a guardare la mia immagine riflessa nel vetro della finestra, soffiare sulla superficie scura della bevanda e godere del tepore che rimbalzando ti accarezza le labbra e la punta del naso. Potrei fare finta di essere da solo, di non avere accesso a un miliardo di vite e a dieci miliardi di storie, sedermi sul divano ad aspettare il volgere delle ore. Ma spingo il pulsante e la ventola incomincia a girare, odo un bip familiare e lo schermo si illumina. Presto verrò risucchiato nel turbine della rete, con tutte le sue faccine buffe e i suoi intenti vuoti. Solo un momento, un minuto appena… Mi alzo mentre una musichina mi avverte che la macchina è pronta. La ignoro e raggiungo le scale. Chissà come mi è venuto in mente…
Al piano di sopra c’è la vecchia libreria. Quante volte mi sono chiesto il motivo per cui continuo a tenermi una montagna di carta, in un’epoca in cui una manciata di click ci dividono da tutto ciò che vogliamo sapere. Nostalgia o semplice pigrizia? No, non sono mai riuscito a trovare una risposta…
Estraggo un libro di illustrazioni natalizie di Norman Rockwell che avrà come minimo trent’anni. Ricordo ancora il giorno in cui lo comprai in un negozietto tutto a sconti del centro di Londra. Ci trovai anche un portfolio di Gustav Dorè… Devo averlo messo qui, mi dico, e non mi domando neanche perché mi sovvenga proprio adesso. Scorro velocemente le pagine sulla punta del pollice e noto con piacere che ancora conserva il suo odore, probabilmente dovuto all’inchiostro o alla qualità della carta. Le sue centotrentaquattro pagine mi passano davanti agli occhi nel tempo di pochi secondi. Non c’è nulla. Di nuovo, con il pollice della mano sinistra, faccio scorrere il libro. Deve essere qui, ne sono sicuro… Eccola!
Nella foto ci sono io, trent’anni più giovane. L’immagine è una semplice stampina dieci-quindici. Si vede chiaramente sullo sfondo la Royal Pavillion di Brighton. Accanto a me c’è una ragazza, capelli neri, lunghi, lisci e un sorriso radiante. Non so quanto tempo rimango a fissare quella foto. Due minuti, forse dieci, in ogni caso, ci metto tutto il tempo necessario per ricordare quei giorni, e per tappare i buchi della memoria con un po’ di sana immaginazione.
Tiziana, chissà che fine hai fatto? Potrei precipitarmi davanti alla macchina e fare una piccola ricerca in rete… ma certe storie è meglio che rimangano storie, e Tiziana è meglio che rimanga semplicemente la ragazza di quella foto.

Jonathan Macini – Altri Lavori

AMANDA

Quando ripenso ad Amanda mi lascio ingannare dalla convinzione che non abbia minimamente sofferto. Certamente non si aspettava di finire così…
Ci siamo frequentati per nove mesi come una coppia normale, con le uscite del sabato e della domenica, il cinema del mercoledì a metà prezzo, le vacanze al mare e i finesettimana in campagna dai suoi. Avevamo anche deciso di bruciare qualche tappa… beh, a lei non sarebbe dispiaciuto che la portassi all’altare.
Una sera di ottobre mi prese una strana voglia. Mentre stavo sopra le chiesi di girarsi. Lei obbedì, ma non si aspettava le mie mani sul collo.

101 Parole

VENDETTA

di Jonathan Macini

Lui l’aveva legata al vecchio radiatore della cantina, buia e odorante di muffa. Le aveva fatto mangiare carne in scatola e cioccolatini avariati. L’aveva terrorizzata con le gabbie dei ratti, col rumore del trapano puntato alle tempie e con le tenebre opprimenti di quella prigione. Davanti a lei si era masturbato fino allo svenimento, ma non l’aveva neanche sfiorata. Non poteva. Non ci riusciva…
Durante i settantatré giorni di prigionia lei ebbe solo un’opportunità, e non se la fece sfuggire. Mentre eseguiva il suo ultimo gioco, gli tolse dalle mani il trapano e senza esitare ridusse in poltiglia la sua faccia.

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UN NATALE COI FIOCCHI

di Gano

Io al calendario non ci bado, almeno che non ci si avvicini al Natale, perché quello è un periodo molto delicato, non solo per via delle bollette del gas, che casomai a qualche poco di buono gli venisse in mente di tagliarti la fornitura prima del 25 ti tocca a fare tutte le feste all’addiaccio. Mi ricordo l’inverno di due anni fa… una tragedia. Vi dicevo, a parte il problema del gas, il periodo è delicato per via delle emozioni.
Le emozioni degli uomini come il Gano son nascoste sotto uno spesso strato di sofferte esperienze, ed affiorano solamente in occasioni particolari. Insomma, a dirla breve, per far piangere il Gano ce ne vuole, ma se lo prendi sotto le feste natalizie, magari fuori dal bar, in quei pomeriggi bui in cui tutti si apprestano a tornare a casa dalle loro famiglie, ti può capitare di vedergli luccicare gli occhi. Così ti prende la voglia di avvicinarti, di mettergli una mano sulla spalla, di chiedergli cosa c’è, e lui farà finta di nulla e incolperà sistematicamente una congiuntivite allergica di qualche tipo. Perché i cani randagi tengono poco al pelo, ma sono orgogliosi del loro cuoricino.
Perciò, quando si arriva a dicembre, incomincio a fare attenzione al passare dei giorni. Mi metto anche a contarli, per non sbagliare. A Natale bisogna che inventi qualcosa, altrimenti mi viene un’ansia tremenda, e l’ansia nasconde il timore di lasciarmi irretire dalla passeggiata in riva il fiume, fino al ponte più alto. Oh, la vista laggiù è magnifica. Basterebbe un piccolo salto… ma no, basta pensare a queste cose.
Il ventiquattro mi organizzo. Al bar c’è ancora il telefono pubblico, sia benedetto, così tiro fuori l’agendina e faccio il giro degli amici. Già, gli amici… Ma chi saranno poi mai questi amici? Molti sono ammogliati, parecchi divorziati ma con i figli, c’è chi ancora vive con la mamma o chi invece se n’è andato a vivere lontano. Qualcuno non c’è più, pace all’anima sua, ed io mi sono dimenticato di cancellargli il nome. Carlino, ecco, forse lui… compongo il numero ma non risponde. Chissà che fine avrà fatto! Nicola, divorziato senza figli. Forse lo becco… Occupato, buon segno. “Ciao Nicola, son Gano. Come te la passi. È tanto che non ti vedo al bar… No, pensavo di fare qualcosa per il 25, un pranzo dal Freddy o che ne so… Ah, sei da tuo fratello, a Perugia… ho capito. Vabbé, sarà per un’altra volta… Ciao, ciao…”
L’agendina è quasi alla fine. Rimane lo Zenone, vecchio tossico irriducibile. A lui le feste non hanno mai detto niente. Forse è per questo che son rimasto sempre lontano da quella robaccia. Per farti sentire un po’ meglio ti appiattisce tutto il resto. Ah no, lasciatemi il mio vino, con tutti gli sbalzi d’umore annessi e il fegato ingrossato. Preferisco centomilavolte così!
E allora cosa si combina domani? Gli amici son tutti andati… e le amiche? Chissà perché non si pensa mai alle amiche in queste occasioni. Le amiche servono per ricordare, mentre gli amici son fatti per dimenticare, e il Natale è un qualcosa di cui è meglio dimenticarsi. Le donne ti ricordano la tua umanità, mentre gli uomini hanno un indole autodistruttiva, indispensabile quando le emozioni più forti affiorano. Ti siedi attorno al tavolo, ordini da mangiare e da bere e inizi a parlare delle cose più irrilevanti, ma con il cuore leggero e la battuta pronta. La serata di solito finisce sul materasso, col ventre pesante e il cervello offuscato dalle troppe grappe. È così che mi piace passare il Natale, cioè è così che l’ho sempre passato…
Torno a capo dell’agendina e inizio a chiamare le ragazze. Le ragazze hanno la mia età, ovvero vanno per gli “anta”, ma per me rimangano sempre ragazze. La Debora, ad esempio; due matrimoni andati male, un figlio all’università, un negozietto di biancheria intima in centro che con la crisi che c’è non va proprio a gonfie vele. Oppure la Cinzia, vecchia compagna di scuola, poco più più di un metro e cinquanta ma con un corpicino delizioso e due occhi neri come l’Africa. Uscivamo insieme nel’88, o forse era l’87… Poi ci sarebbe la Giulia, perché c’è sempre una Giulia. Non so com’è, ma questo nome torna sempre a tormentarmi. La Giulia delle medie, quella del mare, la moglie dell’amico che fa l’occhiolino, la commessa del negozio con la scollatura impertinente, la maestra di scuola e l’impiegata comunale. Insomma, di Giulie ce ne sono un po’ troppe… La Carla invece… Ah, la Carla, ma certo. Speriamo che non abbia cambiato numero.
– Pronto Carlina, ciao… Sono il Gano, come stai?…
Incominciò così quel Natale. Lei era un po’ giù perché si era appena lasciata col suo uomo, così le proposi un pranzo al Quercione a base di tortelli ripieni alla cernia con prataioli e caviale, bocconcini di pescatrice al cartoccio con punte di asparagi, insalatina mista di radicchi e panettone fatto in casa, il tutto annaffiato da un vino bianco di campagna appena vendemmiato. Le grappe seguirono, insieme alle risate e a un vecchio stornellista animato dal momento. Il locale era pieno di gente allegra, i camerieri andavano e venivano con gli amari, il fuoco della brace ardeva contento in mezzo alla sala, e poi c’era Vinicio, ottantatré anni e un’ugola d’oro. Cantò fino alle cinque improvvisando i versetti più sconci e le rime più vere.
Uscimmo in strada che era già buio, così chiesi alla bimba: – Ti va di passare a casa mia?
Lei annuì e si accese una sigaretta. Fu così che per un attimo il Natale mi sembrò per davvero una festa.

Gano, poeta ubriacone

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LETTURE INTERROTTE

I ragazzini giocavano per strada davanti a casa, con un pallone sgonfio e un vecchio boomerang di legno. Ve n’erano di tutte le razze ed i colori. Il sabato pomeriggio era così, soprattutto in quelle belle giornate d’aprile.
Io il sabato pomeriggio mi metto sempre a leggere. Leggo molto, ma se i ragazzini fanno troppa confusione mi distraggo, perdo il filo e allora… mi arrabbio.
Dalla finestra beccai un muso nero col mio Remington 700. La testa gli esplose come un’arancia. Prima che i suoi compagni potessero dileguarsi ne feci fuori altri tre. Poi finalmente riuscii a finire il capitolo.

101 Parole