L’ULTIMO PONTE

di Gano

E anche Salvatore ha fatto il volo…
Lo hanno trovato ieri mattina in riva al fiume con indosso la tuta da lavoro, che a lui non serviva più dato che la ditta lo aveva licenziato insieme a una ventina di altri operai con la solita scusa della crisi. La corrente se lo è trasportato per un chilometro e mezzo fuori dal centro abitato, nascondendolo alla vista dei quartieri ricchi della città, perché le storie come quella di Salvatore è meglio dimenticarsele in fretta o non conoscerle affatto.
Non era un amico, anche se ogni tanto si fermava al bar e facevamo due chiacchiere con una sambuca in mano. Aveva idee un po’ troppo conservatrici per i miei gusti, però potevamo sempre parlare di donne, un argomento che mette d’accordo tutti, neri, rossi, verdi e grigi. Nelle sue parole c’era sempre parecchia teoria, mentre io potevo vantare non poche esperienze sull’argomento, ma chissà come sembrava scamparla sempre, come se per davvero avesse appreso più roba lui nei vent’anni insieme alla solita donna, che io che mi ero girato le ragazze di tutto il quartiere. Forse le cose stanno davvero così. Lo studio del sesso femminile è un qualcosa che richiede tempo e dedizione, e saltare da un soggetto a un altro non aiuta di certo… E comunque il nostro era un buon chiacchierare, anche se a volte mi irritavano i suoi commenti da piccolo borghese: l’importanza del lavoro, della casa, della stabilità famigliare, la sicurezza per i figli, il rispetto per le autorità, tutte cose dalle quali ho preso una certa distanza già in tenera età. “Caro Salvo, per quel che ne so io, potrei uscire da questo bar e finire sotto un autobus, perciò al diavolo lavoro, stabilità e sicurezza…” gli dicevo, ordinando altre due sambuche, ma lui annuiva poco convinto e rifiutava sempre la seconda bevuta, perché la moglie se ne sarebbe accorta e a casa ne avrebbe pagate le conseguenze.
Una volta lo sentii inveire contro Sandokan, un cliente abituale del bar che se ne stava sempre defilato in un angolo a leggersi l’Unità e non perdeva mai l’occasione per dare addosso al governo. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a comprendere come mai difendesse sempre a spada tratta le autorità al potere, nonostante le palesi vergogne di cui continuavano e continuano ancora oggi a macchiarsi. Forse provava la necessità di sentirsi parte di un qualcosa apparentemente più appetibile, o forse gli era impossibile ricredersi, rimettere in gioco le proprie convinzioni, o più semplicemente doveva fare i conti con un’innata tendenza all’obbedienza. Alla fine conclusi che doveva esserci una specie di baco nella testa del Salvo, come quelli dei computer, radicato in profondità e inestirpabile, che gli faceva distogliere lo sguardo dalla realtà dei fatti. In un Italia in cui la corruzione e il cattivo gusto dilaga, i paraocchi possono diventare un accessorio indispensabile per andare avanti, almeno fino a quando il meccanismo non si inceppa, e allora per alcuni rimane solo l’ultimo ponte…
Non ho mai capito il suicidio. Non posso dire di vivere una grande vita; la maggior parte della gente mi considera una specie di barbone, anche se mi rimane ancora un po’ di dignità, ma in fondo non posso negare di essere un ubriacone come ce ne sono tanti, che si aggira per il bar facendo finta di fare lo scrittore, dispensando ironie e saggezze di periferia come un ragazzo della pubblicità in cassetta. Per molti la mia non è una vita che vale la pena di vivere, ma io credo molto nell’arte dell’accontentarsi, così anche nel trauma del risveglio, con le budella in subbuglio e un’emicrania lancinante, riesco a vedere cose sfuggenti, come il pulviscolo che danza nei fasci di luce che irrompono preponderantemente dalla finestra della mia stanza, il profumo inebriante del caffè che sale gorgogliando dalla moka, la vicina che si affaccia per chiedermi un po’ di zucchero perché ieri non ce l’ha fatta ad andare a fare la spesa e nel salutarmi mi fa gli occhi dolci, tutte cose che neanche per un istante riesco a dare per scontate. Il mondo può anche andare allo sfacelo, ma per tutte queste piccole cose e mille altre vale la pena di vivere. Vederla così mi fa sentire fortunato, anche se le bollette non riuscirò a pagarle neanche questo mese, anche se stasera, quando tornerò nei miei quaranta metri quadri di solitudine, non ci sarà nessuno ad aspettarmi, anche se l’ultimo presunto amico continua a darmi buca. Salvo invece, con tutto il suo senso di sicurezza e appartenenza, non ha retto al primo scossone. Non ce l’ha fatta, e mi dispiace per lui.
Ma è così che va.

Immagine di http://www.flickr.com/photos/lorz/

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