PANFILO

di Gano

Al bar lo chiamavamo Panfilo, non per la sua stazza, dato che era sul metro e settantacinque e ben proporzionato, ma perché aveva sempre avuto manie di grandezza e, anche se non se lo poteva davvero permettere, si era comprato un piccolo motoscafo di cui andava molto fiero… da lì il soprannome, che a lui in principio non piaceva ma che aveva saputo col tempo accettare, come tutto il resto d’altronde. Perché in fondo è sempre stato un buon uomo, anzi, forse un po’ troppo buono per questo mondo. Io lo dico sempre, se si vuol giocare al gioco del Mondo Bastardo, bisogna essere un po’ bastardi dentro, altrimenti si rischia solo di galleggiare nella merda, fino al dannato giorno in cui la nera signora viene a reclamare la tua anima.
Placido, sereno, gran lavoratore e senza vizi né grossi difetti, a parte forse un pizzico di arroganza, Panfilo arrivava al bar poco prima dell’ora di cena per farsi un baby, vestito di tutto punto, con il cappotto di camoscio che pareva sempre appena uscito di tintoria, il borsalino di feltro ben calzato in testa e l’immancabile borsetta di pelle nera. Ascoltava disinvolto le chiacchiere al banco oppure, se nessuno parlava, si metteva a guardare distrattamente la TV che rimaneva costantemente accesa in un angolo del locale, alla ricerca di un pretesto per dire qualcosa, e i suoi interventi erano sempre molto educati ma non privi di una forte risolutezza. Spirito libero ma chiaramente conservatore, non nascondeva il suo disprezzo per il diverso, eppure non riuscivi a volergli male per questo. In fondo anche lui era un tipo più unico che raro…
Offrire da bere era un gesto che gli veniva d’istinto. Si diceva che col suo talento avrebbe potuto guadagnare quello che voleva, se solo non avesse avuto le mani bucate. “Gano, cosa bevi?” mi chiedeva, ed io alle volte ero imbarazzato perché ad un cicchetto non mi riesce mai dire di no, anche se non potrei permettermi di rimanere in debito… faccio già fatica ad arrivare a fine mese… Però non rifiutai mai, perché adoravo starmene lì al banco in sua compagnia, ammirando quel suo look impeccabile da vero signore, la sua aurea imperturbabile che lo rendeva automaticamente affascinante all’altro sesso, e la calma con la quale si portava alle labbra il whisky, come se avesse avuto tutto il tempo del mondo per berlo. Solo quando ti soffermavi ad osservargli le mani, gonfie ed usurate dal lavoro, ti ricordavi chi era in realtà; un semplice muratore, capace di tirar su dei veri e propri capolavori, ma sempre di un muratore si trattava. Certo, lui non si definiva così, e se qualcuno gli chiedeva della sua professione lui non esitava a rispondere che faceva l’artista, rimanendo sempre sul vago. Chi lavorava insieme a lui non poteva fare a meno di stare al gioco, perché in effetti, nei cantieri di tutta Italia, di muratori bravi come Panfilo ve n’erano pochi.
Il sabato veniva sempre a giocare il sistema del bar. Ordinava un Ballantine’s, pagava la sua quota e, quando era bel tempo, si metteva fuori sul marciapiede a fumare un Antico Toscano. Una volta centrò un tredici da poche lire, ma fu così contento che offrì a tutti i clienti del bar una bevuta, spendendo in pochi minuti buona parte della vincita. Era fatto così e niente o nessuno l’avrebbe mai cambiato. Sua moglie ne era così innamorata che gli avrebbe fatto passare tutto, ma in fondo lui era un brav’uomo e non se ne approfittò mai.
Purtroppo personaggi di questo calibro attirano sempre un sacco di sanguisughe, come il suo finto amico, quello che chiamavano il “Commenda”, con la grana che gli usciva dalle orecchie ma che non esitava a farsi pagare il campari soda. Oppure c’era quell’altro allampanato, il Gasino, magro come un coriandolo, con le sue camice di seta e l’eterno gottino di bianco nella mano. Solo a vederlo mi prendeva lo schifo… Eppure tutti e due gli ronzavano attorno, come vespe su un bicchiere di sambuca. Io cercai i loro volti nel gruppo ristretto che si presentò al funerale, ma non li trovai e non me ne stupii minimamente…
Panfilo si è spento una domenica mattina, quando il suo cuore ha deciso improvvisamente che era venuta l’ora, perché i migliori se ne vanno così, nel rispettoso silenzio dei giorni di festa. Al gioco del Mondo Bastardo lui non ha mai vinto, però credo si sia divertito lo stesso, e non è forse questo il principale obbiettivo del gioco?

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