LISA

di Jonathan Macini

Lisa mi disse che aveva un altro uomo la sera dello scorso 13 febbraio. È passato quasi un anno da allora e adesso mi sento molto meglio. Sto addirittura pensando di incominciare un’altra relazione seria, forse con Paola, perché ci intendiamo bene su molti fronti.
Con Lisa ci sono stato insieme cinque anni. Nessuna prima di allora aveva conquistato il mio cuore come ci era riuscita lei, ma di questo me ne sono accorto solo dopo, coltivando una strana mancanza, un’insana assuefazione che non avrei mai pensato potesse colpirmi. Fino a quel 13 di febbraio non c’erano state avvisaglie. Tutto è esploso in un attimo; la fine della nostra storia, dei nostri progetti, ma anche la terribile rivelazione di sentirmi completamente perduto senza di lei. Io che mi ero sempre mantenuto all’erta dalle relazioni asfissianti, io che avevo troncato già tre rapporti seri per evitare coinvolgimenti emotivi incontrollabili, di colpo mi è venuto a mancare il terreno sotto i piedi… e così sono caduto. Ma né io né lei potevamo sapere che sarei caduto così in basso da arrivare a udire i sussurri dei miei mostri più infimi.
Lui non lo conoscevo, ma sapevo che si chiamava Marco. All’inizio non m’importava granché. Misi la testa sul lavoro, provai ad uscire con un paio di vecchie amiche, andai anche con una puttana, tanto per assicurarmi che non ci fossero delle inibizioni a livello sessuale. Tutto regolare, tutto tranquillo, almeno fino a quando non sono incominciati i sogni.
Lei era sempre presente, bellissima e inarrivabile. Il volto del suo nuovo uomo era anche il mio, ma con una luce diversa negli occhi. Io li vedevo fare l’amore nei luoghi più impensati, trascinati da una passione che noi avevamo perso da tempo e di cui mi sentivo responsabile. In cinque anni di relazione con una donna certe cose, specialmente a letto, si appiattiscono pericolosamente. Nei sogni lui la prendeva con foga e lei ne godeva senza inibizioni, ma ad un tratto la luce nei suoi occhi cambiava, e lui diventava me. Adesso ero io che la prendevo, ma la cosa invece di eccitarmi mi faceva venire il voltastomaco. Allora mi distaccavo da lei, mentre ancora gemeva di piacere, e piegato in due vomitavo ai suoi piedi in conati che scuotevano il mio corpo. Due volte mi sono svegliato di soprassalto per raggiungere di corsa il bagno credendo di stare per vomitare.
Alcuni giorni dopo l’inizio dei sogni feci la prima delle molte cose sbagliate che seguirono. Conoscevo la sua password ed entrai facilmente nella sua casella di posta elettronica per leggere le ultime email. Lei e il tipo si scambiavano regolarmente messaggi e scoprii che la cosa risaliva ad almeno due mesi prima della nostra rottura. Davanti alle loro parole piene di tenerezze ed effusioni la fine della mia storia d’amore con lei divenne improvvisamente tangibile, come se fino ad allora avessi vissuto inconsapevolmente la prima fase del dolore, quella del diniego. In quel momento una parte di me incominciò a muoversi separatamente all’altra. Ancora oggi non riesco pienamente a ricordare alcuni momenti di quel periodo, forse perché quella parte, ormai sopita dentro di me, ha fatto di tutto per tenerli nascosti. Di una cosa però sono certo; quel mio lato oscuro, innescato improvvisamente dalla lettura di quelle email, sapeva esattamente che cosa fare per rendermi di nuovo un uomo libero.
Grazie a una piccola ricerca su internet scoprii dove lavorava Marco. Il giorno dopo, verso l’ora dell’aperitivo, mi recai al bar dove lui era addetto alla preparazione dei cocktail, ma evitai di farmi vedere per paura che mi riconoscesse. Non ci eravamo mai visti ma era più che probabile che Lisa gli avesse mostrato le foto che condividevamo su Facebook, perciò non rischiai e rimasi appartato fuori dal locale. Attesi due ore abbondanti, fino alla fine del suo turno, e poi con cautela lo seguii. Non mi fu difficile perché lui era in bicicletta ed io in auto. Si fermò sotto un palazzo appena fuori dal centro e con la massima naturalezza infilò il portone. A me bastò un’occhiata per individuare l’auto di Lisa, parcheggiata a lisca di pesce dall’altra parte della strada. La parte di me ignara riprese il sopravvento e si chiese “Vabbé, ora sai dove vivono, e adesso?” Accesi il motore e me tornai verso casa, un po’ confuso ma stranamente tranquillo.
Del primo vuoto di memoria me ne accorsi alcuni giorni dopo consultando uno scontrino che avevo nella tasca dei jeans. Avevo acquistato del nastro isolante argentato, una mascherina di plastica trasparente per proteggere gli occhi e delle punte da trapano nuove per un totale di 13 euro e 59 centesimi. Non avevo la benché minima idea a che cosa mi sarebbero serviti quegli utensili, ma non ci detti peso e buttai lo scontrino nella pattumiera.
Verso la metà di marzo, più di un mese dopo la nostra rottura, ma già tre mesi abbondanti dall’inizio della sua relazione con Marco, Lisa mi chiamò chiedendomi se poteva passare da me a prendere delle cose che aveva lasciato nel mio (anzi nostro) appartamento. Le risposi che non c’erano problemi e che mi avrebbe trovato quella sera stessa dopo le sei. Lei suonò il campanello, nonostante avesse ancora la copia delle chiavi, e quando aprii la vidi sondare l’espressione del mio volto per potersi comportare di conseguenza. Io le mostrai un sorriso docile, lei sembrò leggerci accondiscendenza ed entrò senza esitazione abbracciandomi come si fa con un vecchio amico. Parlammo del più e del meno, restando sempre su argomenti vaghi. Lei mi chiese delle buste poi sparì in camera e la sentii cercare nei cassetti. Le offrii un aperitivo ma lei declinò gentilmente. Adesso aveva il suo barista di fiducia, pensai, ma non ne rimasi ferito. Tutta la situazione aveva un che di ovattato, come se ci fossimo trasformati nei personaggi di una soap opera.
Venti minuti dopo era alla porta con due buste della Esprit piene di roba e un sorriso cordiale sul volto. “Stammi bene!”, mi disse, ed io ricambiai il sorriso. Quando la porta si richiuse, ebbi un altro vuoto di memoria, che cercai inutilmente di riportare alla mente il giorno dopo mentre mi guardavo le nocche delle mani spaccate, e cercavo con dello Scottex bagnato di rimuovere il sangue coagulato sulle piastrelle bianche del bagno.
Una settimana dopo presi tre giorni di ferie e prenotai un volo per Marsiglia. All’aeroporto francese noleggiai un auto e raggiunsi l’hotel sul mare che avevo contattato tramite il sito della Michelein. Salito in camera, ordinai un sandwich e me ne andai subito a dormire, anche se non erano neppure le nove di sera. Alle tre di notte lasciai l’albergo per un intenso giro lungo la Costa Azzurra, ma il volante lo prese saldamente in mano l’altra parte di me.
Del viaggio verso l’Italia ricordo a sprazzi il dolore e gli eccessi di pianto. Divenni lucido presso la frontiera, mentre il sole albeggiava davanti a me, ma la polizia doganale mi ignorò completamente, complice la targa francese. A fine mattinata avevo raggiunto casa mia, rovistato nello sgabuzzino, afferrato al volo la valigia del trapano con le punte nuove , il nastro adesivo argentato e la mascherina, indossato una vecchia tuta da lavoro e un berretto della Nike, messo i miei abiti in una busta di plastica e girato nuovamente le mandate alla porta.
Percorsi con cautela la strada che mi separava dall’appartamento in cui speravo si trovassero ancora Lisa e Marco, perché era domenica ed era il giorno libero per entrambi. Lui poi, il sabato, faceva il turno di notte al bar e tornava quasi al mattino, perciò mi auguravo che se ne stessero a letto fino a tardi. Fino al portone ricordo ancora dettagliatamente tutto, ma nel momento in cui la luce di quella domenica di fine marzo venne risucchiata dall’uscio che si chiudeva dietro a me, le cose diventano molto confuse.
Ricordo di aver suonato alla porta nella speranza che lei venisse ad aprire, ed era stato proprio così. Lisa era piccolina e di sicuro non mi era stato difficile afferrarla, immobilizzarla e tapparle la bocca mentre mi chiudevo alle spalle la porta dell’appartamento. Lui di sicuro dormiva ancora profondamente e non aveva sentito niente. Immagino di averla stordita e lasciata nel salotto con le mani e i piedi legati con il nastro adesivo e la bocca tappata. Immagino di aver raggiunto la camera da letto nella quale lui l’aveva posseduta numerose volte, come nei miei sogni che si ripetevano puntualmente tutte le notti, di avere poi immobilizzato anche lui con un’abilità degna di un criminale professionista ed a me completamente sconosciuta. Dico immagino perché davvero non riesco ancora bene a ricordare, e forse anche quel poco che rammento scomparirà col tempo. Sta già succedendo, ed è meglio così…
Ancora però riesco perfettamente a ricordare il rumore del trapano e quell’ipnotico movimento circolare che facevano le mie punte nuove, fatte apposta per le superfici più dure. Nella carne devono essere sprofondate con una facilità rimarchevole…
Il ricordo successivo è quello dell’insegna di un ristorante di Marsiglia, una bistecca cotta al sangue con purea di patate, un bicchiere di bordeaux, una cameriera carina e un film pornografico sul canale a pagamento della mia camera d’albergo.
Rientrai in città quattro giorni dopo e già i giornali si stavano dimenticando della tragedia. Per la polizia potevo facilmente rientrare tra i sospettati, se non fosse stato per il mio breve soggiorno francese che come alibi funzionò alla perfezione. Vennero a cercarmi, feci un paio di deposizioni in centrale, ma dopo un po’ non si vide più nessuno. Ad oggi il caso è ancora irrisolto…
Però io sto meglio. Sto molto meglio… anzi, sto così bene che adesso prendo il telefono e chiamo Paola. Oh si, Paola non è come Lisa, è decisamente più avveduta… ed è bene che lo sia, perché quella parte di me di cui vi ho parlato sta solo dormendo.
Ed è bene che continui a dormire…

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