IL TEMPO DI FINIRE – Prima Parte

di Jonathan Macini

Tornare al solito momento
Desiderato e odiato
Eppure necessario
Perché tante notti mi attendono
Notti difficili
Dove neanche gli amici più ingannevoli
Possono farmi dimenticare questa verità
Perché io, che lo voglia oppure no
Sono condannato a macchiare queste pagine.

“Di cosa ho bisogno?” Urla l’erba malata sul prato. Forse solo di un po’ d’acqua.
Il giorno sbiadisce, tra allergici grattamenti e ventri pesanti. Tutto ciò dopo il cambiamento, nel mezzo di un nuovo condizionamento, e senza nemmeno un po’ di whisky. Bucare una nuvola di passaggio. Una sete irritante mi desertica le labbra. C’è ancora il sole, impegnato in giochi erotici con le fronde dei pochi alberi rimasti, ed io li osservo desiderando la notte. Aspetto. La macchina rossa tarda ad arrivare e allora è mio dovere continuare. Una parola alla volta. In cambio di cosa? Forse di una futura rilettura, una nuova convinzione, nel bene e nel male, come sempre. Prendendo in giro la speranza. E quasi adesso mi piace. Ne sono degno? Chi se ne frega!
Una goccia di seme mi bagna ancora giù, ultimo residuo di una scopata dai violenti non-significati, tutta puntata a diritto, come dovrebbe sempre essere. Mi bruciano gli occhi. E mi ritrovo ad aspettare una scusa per farla finita. Ma dimmi, vecchio mio, quant’è che non battevi così tante parole di seguito? Dimmi, quanto tempo è passato dall’ultima volta? Quanto?
Piango dentro il bisogno di una scappatoia, ora che sono diventato un espero in evasioni. La paura di avere già dimenticato tutto, lo sgabuzzino delle mie idee pieno di nuove e vecchie intenzioni, la luce appena sfiorata qualche giorno fa, inghiottita da un vecchio verro fangoso di nome Tempo. Ed il suo nome è comunque falso. Adesso piango solamente il bisogno dell’elemento acqua. Prego il fuoco di spegnersi. Sorrido allo stimolo che mi ha raggiunto. È fatta. Attendo solo che la lacerazione si rimargini.
La stanza si veste di vibrazioni. Ho giocato come un mago con gli incantesimi del cuore, lasciando decidere alla sfera di cristallo, ingannando un po’ tutti, forse addirittura me stesso. Guardo una vecchia foto, ma il riflesso dello schermo del pc mi riporta alla realtà, a dispetto di quei volti stampati ormai fantasmi su carta.
Sudo. Il sole è sempre lì. Gli alberi se lo stanno scopando.
Vibrazioni. Proverò la soluzione cavo. Ucciderò una manciata di minuti cantando vecchie canzoni in una lingua che ormai non ha più senso. Chissà se queste pagine non se ne voleranno via nel frattempo…
Chiudo e riapro gli occhi. Un liquido colloso mi appiccica le palpebre. Desidera accecarmi. Una nuvola perfetta sulla strada del cielo. Io vorrei essere lei, e per esserlo mi abbasserei quasi a pagare un prezzo di droga, una banale pace sintetica, mille spazi a portata di volo. Potrei aprirmi una birra…
Vorrei torcermi il collo di centoottanta gradi per potermi guardare alle spalle e vedere: chi mi sta puntando il coltellaccio arrugginito alla schiena, come sono piovose le strade del passato, il perché dell’essere dovuto passare da un buco tanto stretto. E mia madre che soffre mentre l’altro cospiratore se la beve. Eppure la luce mi diceva di guardare meglio. Allora perché così tanti cambiamenti! Forse uno sciamano messicano ha toccato i miei punti di apertura ed io ho potuto vedere solo per un attimo. Ed eccomi nuovamente nel buio.
Bentornato. Gli occhi continuano a bruciarmi. Che fare? Asportarli? E il netto taglio non è per niente netto, perché c’è ancora tanto da dire, ancora tanta paura sotto questi occhi arrossati, ancora molti desideri da appagare, la voglia di nera frusta squarciante che batte sulla mia schiena. Sembra cantare vittoria piangendo.
Apro una lattina di gelida nebbia e la spruzzo sui miei occhi. Vibrazioni cosmiche a portata d’orecchio mi aiutano a viaggiare. La penna scrive ancora, dopotutto. E ora che l’ho detto mi viene voglia di guardarmi una partita in TV. Perdersi in un dannato campo di calcio. Sorseggio nebbia.
Ma il cavo non ha impiccato nessuno questa volta, anche se ci riproverà più tardi, inarrestabile la sua mania omicida. Sento sulla lingua il desiderio di travestirmi da grande campione, vantarmi del cambiamento, gettare una manciata di semi su un terreno che ancora non riesco a vedere. Chissà se non sia ormai coperto d’asfalto.
Ma guardandomi attorno vedo le radici di grosse piante spezzare edifici, schiantare marciapiedi, avvolgere semafori e lampioni, ambiziosi alberelli che combattono per il loro diritto alla vita in mezzo alla città di piombo. Germogli testardi. Unico segreto, la forza dei semi. Prima di gettarli al vento bisogna ricordarsi di avere in mano quelli originali, non una stupida sottomarca. Contraffazioni. Cazzate!
Buio desiderio di urinare cazzate sul foglio, il terzo di una serie di stronzate a ritmo deciso, serrato, scandito da una macchina da scrivere trovata per caso e per la strada. Sono finite le vibrazioni. Il vento chiama nebbia, mentre i miei occhi cascano a pezzi come i vetri di una finestra rotta, lacrime di ghiaccio, diamanti senza valore gettati in un mare chiamato… Novità.
Ancora io, dopotutto? Se la testa mi si lacera come al solito allora vuol dire che sono sempre io. L’idea di un cancro al cervello mi intrattiene per un po’. Felice di trovare risposte rapide, prima che qualcuno spari davvero quel colpo in cielo, bucando una nuvola di passaggio, quella sulla quale sto volando. Niente più Oniria, ritorna il vecchio Mr Time a sedersi sul trono, ed io m’inginocchio e gli bacio i piedi, lecco i suoi alluci, sbavo, vomito e poi torno a leccare, finché tutto non ritorna pulito. E mentre ammazzo il tempo lui uccide me, ma proprio all’ultimo minuto mi rendo conto che lui non esiste, e allora c’è un pareggio, come ai mondiali del ’94: Italia – Brasile 0-0. Poi vinsero loro ai rigori. Che iella!
Latimer fa i suoi versi alla chitarra romantica. La nebbia è finita. I miei occhi ormai sono quasi spenti. Pulisco i bulbi oculari con del cotone bagnato, ma rimettendoli nelle orbite confondo il destro col sinistro. Rivelazione! Ecco la verità! Ma è solo un immagine che turbina nel cancro, mentre provo nuovamente a torcermi il collo, vinto da pensieri ipocondriaci, sicurezze di malattie terminali e conseguenti compatimenti. Che bello bersi questi cocktail di sentimenti malsani, bugiardi fino al midollo. Piango speme d’alcol. E continuo a giocare con i cavi.
Ma la speranza è fossile. Il fantasma che non esiste di Mr Time mi dice di aspettare. Torno a sedere e mi prende la voglia di rileggere tutto, insieme a quella di bruciare tutto, o di giocarmela a dadi. I soliti dadi…
Il cielo è privo di macchie dai colori tenui, così mi sorgono dei dubbi. Il dubbio di un’altra maledetta Atlantide scomparsa, di un ritorno a casa inatteso, di un Natale senza albero, di un mondo privo di bugie perché lasciato alla mercé di un cactus solitario nel deserto.
Sulle rime di WB…

1996 – Continua…

Immagine di Willoclick

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