IL PRETE

Inedito incompiuto di Jonthan Macini e Jack Lombroso, estratto dal libro: John & Jack

Quanto tempo mi rimane? Quanto tempo ci è rimasto?
La porta del tempio resta chiusa, mentre la luce pomeridiana penetra attraverso i mosaici sacri. Neanche un fedele bisognoso del caldo abbraccio di nostro signore, della vergine Maria che ci osserva da sopra il tabernacolo di marmo. Anche loro si sono accorti che non ci è rimasto più tempo?
Ma no, è che sono troppo impegnati, o troppo alla deriva. Sono mesi ormai che le effigi degli angeli e dei santi non trovano la via verso un’anima in pena, non riscaldano gli inginocchiatoi sempre più freddi, non versano lacrime di luce per rallegrare il cuore di un povero cristo.
Oltre la dura pietra delle pareti del tempio si odono le violenze di una città perduta. Sirene, spari, urla… se mai è esistito un dio degli uomini, deve essersene andato in vacanza da tempo. Ha lasciato sulla terra gli ingenui e gli sciocchi a continuare un lavoro inutile, ed io sono uno di questi.
La porta si apre. È la vecchia signora che vive dall’altro lato della strada, quella col barboncino grasso e la borsa a carrello per fare la spesa. Viene qui tra le due e le due e mezzo, perché nel suo abituale programma televisivo c’è un buco di quarantacinque minuti in cui vendono pentole e impianti stereo di sottomarca, e a lei tutto questo non interessa. Da brava cristiana fa un salto qui, fingendo di pregare e convincendosi di essere nelle grazie dell’onnipotente. A volte mi chiede una confessione. Vedova da quasi quarant’anni, si è scoperta più volte a desiderare altri uomini, convinta che fosse stato il diavolo a farle dimenticare il suo santissimo marito, che manco a dirlo la riempiva di botte. Ma questo lo sanno solo i dottori e i preti come il sottoscritto.
Questo è il diario di un folle. Lo voglio scrivere nella prima pagina, così chi avrà la sfortuna di imbattersi in queste pagine potrà subito prendere le adeguate precauzioni. La follia aiuta colui che crede di essere normale. Ma chi può davvero dirsi “normale”, oggi?
Sono giorni che avverto l’impulso, come un rumore sordo al centro del corpo, nei miei intestini, un ronzio malato che cresce d’intensità con il calare delle tenebre. Una parte di me vorrebbe ascoltarlo, abbandonarsi al suo richiamo. Ora so che esiste quella parte di me, repressa per tutti questi anni. È finalmente pronta a vedere la luce, e a mostrare l’oscurità al prossimo. La lama che taglia l’arazzo della mia vita di uomo, di amico, di figlio e di messaggero del signore, è ormai a pochi centimetri dalla tela. Stanotte aprirò la porta e lascerò entrare il nero passeggero che mi abita. Stanotte qualcosa di brutto succederà. Adesso lo so.

Li libererò dal peso del corpo.
Se quello che davvero vogliono è raggiungere il loro stramaledetto dio allora io li aiuterò. D’altro canto io il mio l’ho già trovato; o meglio, è stato lui a trovare me. Quell’inutile vecchia adesso non desidererà più niente. Mi ha chiesto l’assoluzione ed io gliel’ho data, con il barboncino per contorno. Chissà se la televisione è ancora accesa sulla pubblicità. Rileggo le parole di ieri, su questo diario dalle pagine sgualcite e macchiate, e mi sembra uno stupido chi ha scritto quelle frasi. Il caldo abbraccio di Dio? Ma di quale dio parliamo? Eppure le ho scritte io. Stringo i pugni e mi pare di poter stritolare quella pietra così antica che tiene su questo tempio. La vecchia ha strillato come un maiale mentre le spingevo i pollici dentro le cavità oculari. Il sangue è schizzato purpureo, macchiando le pareti del confessionale quando la testa del barboncino è letteralmente esplosa, schiacciata sotto il tacco della mia scarpa.
Ho nascosto i corpi in una vecchia fossa nel piccolo cimitero dietro la chiesa. Nessuno li cercherà mai là dietro. Domani è domenica, e dovrò amministrare la messa. Chissà quale magnifico massacrò verrà fuori… qualcuno sorriderà compiaciuto. Lo so. Quando guardo quella massa di pecore idiote, da sopra il mio pulpito, mi pare di non essere me stesso. Li intontisco con tutte le stronzate che mi hanno insegnato, illudendoli di una futura salvezza. Ma io so che nessuno sarà salvo. Santi e peccatori si riuniranno insieme in un gorgo infinito, tutti subiranno l’eterna tortura. Solo ai servi più devoti sarà risparmiato il castigo. Cerco di spiegarglielo, celando la verità dietro centinaia di cristiane bugie. Ma non capiscono… Non capiscono mai.
Mi chiedono il perdono. Ed io, sistematicamente, mi diverto a darglielo. Il mio perdono.

La messa è finita e i fedeli sono andati in pace. Diciassette in totale, meno del solito. Non c’era neanche la signora col barboncino, che strano…
Ho ancora un forte mal di testa. Ieri sera l’oscurità era più opprimente del solito. Mi è difficile spiegarlo… è come se le ombre acquistassero una loro identità, non esattamente vive ma coscienti, allerta, come lupi che girano famelici a debita distanza dal fuoco. So chi si nasconde dentro quelle ombre, e nonostante abbia deciso di spalancare le porte all’oblio, non mi è facile girare il chiavistello della mia anima.
Lui se ne è andato e ha fatto quel che doveva fare. Lo ha scritto anche su questo diario, ma non ho avuto il coraggio di leggere. Ho notato alcune macchie di sangue sulla copertina e sul bordo delle pagine, il cuore ha cominciato a correre, ho sentito un rivolo di sudore freddo colarmi dalla fronte e ho afferrato la bottiglia di bourbon che stava sul tavolo. Adesso va meglio, ma le ombre continuano a muoversi. Vuole entrare anche stasera, ma io sono stanco. Voglio solo dormire.
Mondi che cozzano distanti nell’universo, laddove la notte è oscurata da qualcosa di ancora più buio, e la tenebra solida si mischia allo zero assoluto, il freddo che ferma il tempo. Lassù qualcosa si muove, incosciente e divorante, insinua il male, alita sulle nostre anime che attendono di scendere in questo mondo. Qual’è lo scopo di tutto ciò? Dei perversi e stupidi, chi vi ha creato? Fate parte di un disegno superiore che neanche noi, uomini di fede, riusciamo a scorgere? Oppure siete soltanto la dissennata risultanza di un universo fortuito, in cui tutto è destinato a morire, e morire all’infinito nella morte…?

Il male, il male, il male… cosa vado a rimuginare, quando l’onda si dissolve ed il tepore del sangue che scorre tra le mie mani è solo un ricordo… Male e bene sono solo due stati mentali. Stati mentali. Già, fatico a credere che le pecore del mio gregge abbiano un qualche stato mentale. Come il povero impiegato delle poste, quello dal volto gentile che vive ancora con sua madre… ma che dico “vive”… viveva…
Per anni mi sono domandato che cosa ci facesse in mezzo a quelle anime in pena a cui faccio il sermone. Un verginello di quarantacinque anni, vestito anche sotto il solleone estivo con un completo beige e con una valigetta di pelle marrone stretta tra le braccia. Poteva aspirare a una carriera ecclesiastica, ma forse covava qualche segreto… non che i preti siano mondi dai segreti, ci mancherebbe…
Quando due ore fa l’ombra è calata sul mio cuore ho sentito l’irrefrenabile impulso di andare a fargli visita. Sapevo dove abitava, perciò sono andato a colpo sicuro, perché erano le otto di sera e di sicuro era già rientrato da lavoro. Il martedì sua madre va a giocare al bingo, perciò non ci ha disturbati nessuno…
– Padre, che ci fa qui? – mi ha chiesto con fare gentile. Io gli ho risposto che avevo bisogno di un consiglio per la parrocchia e lui, sentendosi in qualche modo importante, mi ha fatto accomodare. Mi ha dato le spalle ed io non ho perso tempo… un colpo secco alla nuca gli ha fatto perdere i sensi. L’ho trascinato, non senza qualche difficoltà, in camera sua. Laggiù ho scoperto i suoi segreti: una strana mania per i bambini. Lo dicevo che avrebbe avuto successo nel mio campo…
L’ho legato al letto a pancia in giù, gli ho sfilato i calzoni e lui si è svegliato, ma non poteva urlare perché gli avevo stretto un fazzoletto in bocca. Sono andato in cucina a cercare uno strumento appropriato. L’idea era molto chiara nella mia testa. In cucina ho afferrato la ramazza, poi sono passato davanti ad una piccola porta, il ripostiglio. L’ho aperto e ho trovato un ferro da stiro, ideale per l’improvvisazione. Ci vuole sempre un po’ d’improvvisazione.
Il povero impiegato delle poste ci ha messo una ventina di minuti a morire. L’ho lasciato nel suo letto, con il ferro rovente piantato nella schiena. Mezz’ora più tardi, mentre rientravo in sagrestia, ho sentito in lontananza la sirena dell’autopompa. Perché il fuoco purifica, lo sapete vero?

Oh mio dio… che cosa ho fatto! Che cosa ho fatto!
Mi ha lasciato solamente per farmi prendere coscienza delle mie azioni. Ho letto il diario, le parti che non ho scritto io ma che hanno la mia stessa calligrafia. Le ombre sono di nuovo alla porta. S’insinuano sotto lo stipite, strisciano verso i miei piedi come vipere. Succederà di nuovo. Oh mio dio…

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1 commento

  1. […] Quanto tempo mi rimane? Quanto tempo ci è rimasto? La porta del tempio resta chiusa, mentre la luce pomeridiana penetra attraverso i mosaici sacri. Neanche un fedele bisognoso del caldo abbraccio di nostro signore, della vergine Maria che ci osserva da sopra il tabernacolo di marmo. Anche loro si sono accorti che non ci è rimasto più tempo? Ma no, è che sono troppo impegnati, o troppo alla deriva. Sono mesi ormai che le effigi degli angeli e dei santi non trovano la via verso un’anima in pena, non riscaldano gli inginocchiatoi sempre più freddi, non versano lacrime di luce per rallegrare il cuore di un povero cristo. Oltre la dura pietra delle pareti del tempio si odono le violenze di una città perduta. Sirene, spari, urla… se mai è esistito un dio degli uomini, deve essersene andato in vacanza da tempo. Ha lasciato sulla terra gli ingenui e gli sciocchi a continuare un lavoro inutile, ed io sono uno di questi… continua… […]


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