FANCULO IL MESSICO

di Jack Lombroso

Fisher chiama Colombo alle tre del pomeriggio. Fa sempre così. È l’unico modo per contattarlo. Niente indirizzo, niente informazioni, solo un numero di cellulare. Il sudore appiccica la camicia sulla schiena dell’inglese. Non si è mai abituato al clima anche se sono anni ormai che lavora in Messico. Potremmo definire l’attività di Fisher come un agenzia di collocamento criminale. Conosce tutto e tutti e dà lavoro ad almeno una trentina di delinquenti vari, passando loro i lavori che gli vengono richiesti e prendendoci sopra una percentuale; chiaramente. Rapinatori, Killer, rapitori e tutta la crema della criminalità messicana è nel libro paga dell’inglese.

Si massaggia distrattamente il cavallo dei pantaloni mentre compone il numero. Un grosso bicchiere di whiskey annega tre cubetti di ghiaccio sulla scrivania, da ottocento dollari almeno.
Colombo recupera Enrique da casa. Un bel posto, villette a schiera in un complesso residenziale. Nessuno immagina il lavoro che fa il proprio vicino di casa. Quel giovanotto così gentile dai modi educati e dall’aspetto curato.
Ferma il Mercedes grigio scuro e suona tre colpi di clacson. Braccio fuori dal finestrino. La camicia hawaiana semiaperta lascia intravedere il tradizionale giapponese sul petto, dai colori sgargianti. Colombo sbuffa e accende una cicca d’erba.
Erba messicana.
Enrique esce cinque minuti dopo. Completo scuro di lino su scarpe lucide leggermente a punta. Camicia verde smeraldo stirata con cura. Profuma di dopobarba. Monta in macchina e infila il cd. Johnny Cash canta di omicidio e cocaina.
La cenere cade sui bermuda di Colombo.
Parcheggiano davanti al residence. Salgono le scale e suonano una sola volta. Marlene viene ad aprire la porta. Sorriso bianco, vestaglia di seta azzurra con ricami floreali color pastello che mette in risalto i grossi seni dai capezzoli turgidi. Ha i capelli leggermente spettinati. Fisher deve averci giocato da poco.
Saluta e li fa accomodare sul divano in pelle bordeaux. Uno schermo a quaranta pollici rimane spento sulla parete.
Marlene versa da bere. Whiskey, molto ghiaccio. Liscio per Enrique. Sparisce, dietro una porta che chiude piano.
Il legno delle scale a chiocciola scricchiola appena sotto i piedi nudi di Fisher. Anche lui in vestaglia. Oro arrogante e arabeschi neri. Beve con loro e vomita parole banali. I due si chiedono quando parlerà del lavoro.
L’inglese sembra capire i loro sguardi e attacca.
-Beh, ragazzi. Le cose stanno così: Tre tipi, spacciatori di poco conto, si sono messi sul mercato espandendo il giro molto velocemente. I tre stronzi hanno sconfinato nella zona di Don Carlos, senza saperlo. Ma questo non interessa al Don.
Stranamente, invece di farli fuori, gli ha affidato un compito. Come risarcimento diciamo. I tre devono fare uno scambio per lui, dollari americani per diamanti grezzi. Tutto questo per non ritrovarsi una pallottola dentro la loro testolina. Un lavoretto semplice semplice.-
-Perché mai Don Carlos si fida dei tre stronzi? È cosa c’entriamo noi?- Colombo si accende una seconda cicca d’erba mentre interroga l’inglese con lo sguardo.
-Beh, perché si fida non lo so. Sono cazzi suoi. Probabilmente perché nessuno che ha un minimo di cervello cercherebbe di fottere Don Carlos. Metà del Messico è sotto il controllo dei suoi uomini e nell’altra metà chiunque gli deve un favore… E dove scappi? Comunque… Quando i tre hanno saputo che lo scambio dovevano farlo con gli uomini di Mauricio Brama se la sono fatta sotto. Hanno quindi deciso di venire a chiedere aiuto a zio Fisher, affinché gli trovassi dei validi sostituti. Ed ecco cosa c’entrate voi. Andate all’incontro, recuperate i diamanti e li portate ai tre messicani. Tornate da me e intascate la ricompensa. Tutto qua.-
Fisher finisce i dettagli, Enrique il terzo whiskey, Colombo la seconda cicca. Si alzano lenti, affaticati dal caldo e raggiungono l’uscita. Ultima occhiata alla stanza: dalla porta a vetri che da sul giardino con piscina, entrano cinquanta chili di curve abbronzate dal sole. Bikini rosa che lascia poco all’immaginazione. Dal triangolo di destra, leggermente spostato, spunta fuori l’aureola scura del seno.
Susy. La seconda amica di Fisher. Uomo fortunato.
Le pale del ventilatore girano lente muovendo l’aria calda.
Tequila e pezzi di lime sul tavolo scheggiato dall’uso.
Ricardo sembra un fagotto flaccido e vuoto così accasciato ad un angolo della stanza. La pancia aperta ha smesso già da tempo di sanguinare. L’impugnatura in madreperla della 44 ancora stretta in mano. Quarantatre gradi. Sembra di stare dentro un forno.
Colombo versa un altro shot. La tequila gli brucia la gola. Morde un pezzo di lime e sorride sputandone la buccia.
Trenta centimetri; lama rossa di sangue, dormono accanto alla bottiglia. Trenta centimetri che sono entrati tutti nella pancia di Ricardo.
La porta si apre lentamente. Enrique entra nella stanza in penombra, unico vano della capanna che funziona da bar, non lontana dalla città. Lo sguardo va veloce da Ricardo a Colombo, che a stento riesce a rimanere sulla sedia. Buco di 44 in pancia. Poche speranze. Al massimo altri due shot. Enrique si avvicina al tavolo. I tacchi di cuoio duro risuonano sul pavimento di assi di legno. Con movimenti lenti versa due tequila, ne passa una a Colombo e butta giù l’altra tutta d’un fiato. Niente lime per lui.
Il ventilatore muove invano l’aria, appiccicosa come caramello. Colombo solleva gli occhi e fissa la canna della pistola che Enrique gli ha puntato in faccia. Sorriso amaro. -Sarebbe solo questione di tempo, amigo. Quel buco in pancia non mi lascia scelta. È solo per avere la certezza che nessuno ti trovi prima del tempo che ti ci vuole per tirare le cuoia, e ti costringa a parlargli di me. Lo sai anche tu come vanno certe cose, vero?-
Colombo annuisce. Ultimo shot. Boom.
Non che provi così dispiacere per Colombo, in fondo stavano insieme solo per lavoro, e poi, da queste parti, la vita vale sempre poco.
Il barista è steso come uno straccio bagnato, a cavallo del bancone. Era d’accordo anche lui o cosa? Mentre Colombo affondava la lama nella pancia di Ricardo, e si prendeva la sua brava pallottola, il bastardo ha tirato fuori da sotto il banco un fucile a pompa, di quelli con le canne segate.
Enrique già pronto, appena fuori della porta del bar.
Due pallottole per il tipo sulla porta e due per il barista.
Ma che cazzo c’entrava il barista?
Uscendo scavalca il cadavere toccandolo appena con la punta della scarpa. Distanza ravvicinata. Buchi grossi come lime.
Tre contro due. Ne è uscito uno soltanto. Chiude la porta e se ne va.
Enrique guida veloce già da un’ora buona lungo la strada polverosa. Johnny Cash canta la sua ultima storia dalle casse delle stereo. Prima di mezzanotte deve essere a Guadalajara e davanti a sé ha almeno tre ore di viaggio. Lì, lo aspettano i mandanti dello scambio, tre coglioni messicani che non saprebbero distinguere i diamanti da pezzi di vetro.
Adesso Enrique conta di arrivare sul posto più presto possibile, rifilare i diamanti ai tre messicani, tenersi i soldi dello scambio che non è andato a buon fine e passare da Fisher per il compenso. Poi, sparire veloce dal Messico. La bomba ormai è innescata e lui vuole essere più lontano possibile quando scoppierà.
Il cellulare squilla tre volte prima che Enrique risponda.
-Enrique?-
-Si, dimmi- È uno dei tre messicani a parlare.
-Abbiamo un problema, dobbiamo spostare l’incontro a domani mattina… se per lei va bene- La voce tremante del tipo lo irrita. Voce insicura, piena di paura di chi non sa cosa sta facendo. Di chi sa che la faccenda è più grande di lui.
-Va bene- Risposta secca e riattacca.
Altri cinque chilometri lungo la solita strada polverosa. Il paesaggio che lo circonda ha un che di irreale. Sabbia e cactus. Rallenta la macchina e svolta a destra. Entra nel parcheggio del motel. Scende dall’auto e viene investito da un caldo infernale. Quarantacinque gradi. Sono le nove di sera… che cazzo di posto.
Spinge la porta che cigola sui cardini come lamentandosi di essere stata disturbata. Il cicalino fa il suo dovere.
L’ingresso del motel è ancora più fetido della facciata esterna. Due poltrone e un divanetto stanno in piedi per miracolo sul lato destro della stanza, illuminata a stento da un lampadario mezzo scassato. Odore di sigaro e tacos nell’aria.
Di fronte a lui c’è un piccolo banco, con dietro un ciccione a due centimetri da un ventilatore portatile.
Il ciccione biascica qualcosa che pare un saluto, passandosi, da un lato all’altro della bocca, il mozzicone di sigaro che spunta da sotto i folti baffi grigi. Canottiera chiazzata di unto.
È lui che puzza di tacos. Tacos e formaggio rancido.
Enrique legge il cartello delle tariffe. Lascia una banconota per la stanza e una ancora per la bottiglia di tequila. Il ciccione gli passa una chiave, biascica ancora qualcosa e torna a puntare lo sguardo sul minuscolo schermo accanto al ventilatore.
Dal quale escono pessime battute e risate registrate.
Sembra che il ciccione abbia detto che la bottiglia gli sarebbe stata portata in camera, quindi Enrique prende la chiave e sale le scale.
La camera rispecchia pienamente l’infima qualità del posto.
La vernice sulle pareti è ingiallita dal tempo e in alcuni punti si stacca, lasciando scoperto l’intonaco bianco. Il letto sembra aver vissuto molto più di Enrique. Il copriletto di cotone grezzo pare essere uscito direttamente dagli anni ’50 e odora di vecchio e stantio. Insomma, un bel letto di merda. Almeno è a due piazze.
Enrique si toglie giacca e camicia con l’idea di una doccia gelata.
Bussano alla porta. Un toc-toc lieve, quasi sussurrato dal legno. Apre e si ritrova davanti una ragazza dai capelli corvini. Il vestito beige, che le scende fino a sopra le ginocchia, è stretto sul petto. Il sudore ha formato due piccole chiazze a mezzaluna sotto il seno. Gli occhi verdi della ragazza si incollano sulla faccia di Enrique. Occhi strani, quasi cattivi che contrastano con la corporatura minuta e indifesa. Particolare importante… La ragazza ha una bottiglia in mano.
-La sua tequila signore- La voce è dolce come il miele. Quattro parole sussurrate come una ninna nanna.
-Grazie. Ma tu chi sei?- Enrique afferra la bottiglia e si scosta un poco dalla porta. Come a volerla fare entrare.
-Pita, la figlia del padrone del motel- Risponde. La voce sembra, se possibile, ancora più dolce. Ha un che di sensuale. Lei non accenna a fare un passo. Continua invece a guardare dritto negli occhi Enrique. Come se lo odiasse. Uno sguardo così intenso, duro e freddo che infastidisce un poco l’uomo. Eppure per qualche motivo ne è attratto. Quel corpo esile. Quella voce mielosa. Quegli occhi da killer.
-Vuoi entrare a bere qualcosa?- Lei non risponde, muove un passo dentro la stanza. Abbassa lo sguardo e si ferma. Poi entra con uno scatto improvviso. Enrique sente arrivare l’erezione, stretta nei pantaloni. Apre la bottiglia e lei allunga il braccio porgendogli due bicchierini da shot. Neanche se ne era accorto che li aveva in mano. Due bicchierini da shot. Due.
Lei si siede sul bordo del letto sempre col braccio teso. Tiene i bicchieri in modo che lui possa direttamente versarci la tequila dentro.
Tiene la testa bassa ma gli occhi, rivolti verso l’alto, non smettono mai di fissarlo. Sorride. L’espressione del volto, in quella strana posizione, assume un’aria sinistra ed eccitante allo stesso tempo. Enrique versa. Poggia la bottiglia sul piccolo comodino e prende uno dei due bicchieri. Adesso anche lui la sta guardando fissa negli occhi. Alza appena il bicchiere a mo’ di brindisi e butta giù d’un fiato. Lei fa lo stesso.
Sedendosi il vestito le si è alzato un po’, lasciando vedere le cosce brunite dal sole. Enrique le fissa. Lei se ne accorge e lo lascia fare.
Si alza di scatto, si avvicina alla bottiglia e dà un sorso. Righe di tequila le colano dai lati della bocca.
Non si pulisce.
Enrique le si avvicina e senza dire nulla bacia una di quelle righe saggiandone il sapore con la punta della lingua. Stacca la testa dal viso e passa all’altra riga.
Appena le appoggia le labbra vicino alla bocca, lei si gira di scatto per morderlo, poi scappa via veloce. Enrique si è scostato appena in tempo, prima che il morso si serrasse sulla guancia. Si tocca il viso nel punto dove la pelle è stata graffiata dai denti. Una piccola ferita comincia a sanguinare. L’erezione aumenta.
Il letto cigola ogni volta che Enrique si rigira tra le lenzuola appiccicose. La notte è rischiarata da una luna candida mentre le cicale friniscono tra gli spini dei cespugli. Il sonno è stato interrotto più volte dai pensieri che non gli abbandonano la testa.
Ancora non capisce cosa diavolo stia succedendo. Perchè questa guerra intestina tra chi ha il mercato in mano. Non avrebbe senso dar vita ad una di quelle lotte che durano fino alla fine di ogni uomo, per espandere il proprio mercato. Le perdite sarebbero sicuramente maggiori dei ricavi.
Enrique si alza dal letto che sembra un forno. Si avvicina lento alla bottiglia che ormai ha raggiunto la sua metà. Mentre beve un lungo sorso, con l’intenzione di stordirsi e riuscire a dormire, bussano alla porta.
Va ad aprire ritrovandosi davanti la figlia del padrone.
Pita non parla ed entra in stanza senza far rumore.
Quegli occhi di ghiaccio nel corpo abbronzato.
Senza dire una parola si avvicina ad Enrique e fa per baciarlo.
-Non avrai ancora intenzione di mordermi?- Dice mentre instintivamente fa un passo indietro.
La ragazza lo guarda, inclinando leggermente la testa. Poi abbassa gli spallini del vestito e lo lascia scivolare fino alle caviglie. Enrique osserva il corpo nudo della ragazza, poi le si avvicina spingendola verso il letto.
La pelle sudata di Pita gli ricorda il sapore aspro del lime, mentre si lascia accarezzare il volto dai seni pesanti. Adesso la piccola messicana danza sul ventre di Enrique che asseconda i movimenti con ritmo regolare. I due corpi sono diventati uno solo.
Enrique si addormenta, stancato dalla passione. Finalmente i pensieri sono stati allontanati dalla magia della ragazza che stesa accanto a lui, fissa il soffitto senza mai chiudere gli occhi. Quegli occhi da killer… Sorride nella stanza buia.
Un rumore metallico risveglia Enrique. Un rumore che gli è familiare, che ha già sentito più volte. Apre gli occhi, mentre la ragazza fa scorrere il carrello di una pistola. Colpo in canna… Canna vicina alla fronte di Enrique.
Merda!
Prova d’istinto a muoversi accorgendosi di avere le mani legate alla spalliera del letto.
-Che diavolo stai facendo?- Pita è ancora nuda. Sopra di lui si muove piano sfregando il bacino contro quello di Enrique. Lo fissa negli occhi, sorridendo con la testa di lato. Enrique si stupisce di quanto in fretta arriva una nuova erezione, mentre la canna della pistola gli si appoggia alla fronte sudata.
La ragazza si muove ancora. Si sistema meglio.Adesso dà colpi secchi mentre Enrique non capisce se sta morendo o scopando.
Pita si muove sempre più forte. Mentre il letto cigola, Enrique si accorge che lentamente il laccio che stringe il polso destro si sta allentando. Comincia allora a muoversi freneticamente per coprire gli strattoni della mano. Il laccio sembra cedere ad ogni colpo. Dai cazzo… Dai!
La canna della pistola batte ritmicamente sulla sua fronte. Lei chiude gli occhi e geme. Poi torna a fissarlo, la testa sempre di lato. Adesso è vicinissima a lui tanto da poter sentire il suo alito caldo sulla faccia, mentre lei lecca il cane della pistola. Enrique è frastornato. Non riesce a capire se questa pazzia è una perversione della ragazzina o davvero alla fine si ritroverà un buco in testa.
Il laccio cede abbastanza da permettergli di far scivolare fuori la mano. Ancora pochi colpi e il rito sarà finito. La piccola messicana dalla pellle color del bronzo adesso gode e non lo nasconde. Non regge agli spasmi e chiude gli occhi contraendo il viso in una smorfia di soddisfazione. Un gesto fulmineo e la pistola non è più nella sua mano. Lei riapre gli occhi, lo sguardo sconcertato di chi ha perso una partita già vinta. Urla… Un urlo secco… Uno solo. Non un urlo isterico, da ragazzina impaurita, ma di richiamo… Di avvertimento. Questo Enrique lo capisce subito e gli dà col calcio della pistola sulla bocca. Un fiotto di sangue gli investe la faccia. Adesso la ragazza zampilla sangue come una fontana. Enrique ha ripreso il gioco in mano. È lui il killer. È lui il cacciatore, gli altri solo deboli prede. Per questo continua a darle dei colpetti col bacino, attendendo impaziente il coito, mentre la pistola si macchia di rosso, appoggiata sulla bocca di lei.
Andiamo Pita, muoviti adesso… Muoviti ragazza!
-Slegami l’altra mano adesso- Lei non parla, continua a guardarlo negli occhi come se fosse lei ad avere il controllo, mentre dalla bocca esce ancora un rivolo di sangue. Sembra non voler neanche prendere in considerazione l’ordine di Enrique e comincia a muovere di nuovo il bacino lentamente passandosi la lingua sul labbro rotto. -Ti ho detto di slegarmi la mano. Subito- Preme più forte la canna contro la bocca di Pita che inaspettatamente la apre e comincia a succhiarla.
Sei completamente pazza, ragazzina!
Nonostante la situazione surreale, Enrique, non riesce a non stare al gioco della ragazza che sembra averlo stregato. Mentre continua a muoversi, sulla porta appare il ventre flaccido del padrone del locale. Come se fosse una cosa del tutto normale, trovare sua figlia nuda che succhia una pistola sopra un uomo, il ciccione entra nella stanza alzando il braccio che tiene la pistola.
Esce dalla doccia. Indossa il suo completo di lino e tira fuori da sotto il letto la valigetta con i pezzi di vetro. Pita è legata al letto come lo era lui fino a poco fa. Non si è scomposta neanche un po’ mentre Enrique sparava al ciccione ed ha atteso paziente che lui arrivasse all’orgasmo. Un ultimo sguardo alla ragazza. A quegli occhi malati, folli, ed esce dalla stanza. Monta in macchina e parte.
Chissà, forse non era suo padre.
Enrique ripensa al lavoro che deve finire, in quale cazzo di situazione si è ritrovato. Qui qualcuno sta creando un grande casino e lui non ha nessuna voglia di finirci dentro.
La macchina inchioda a tre chilometri dal motel e fa inversione.
Enrique apre la porta della stanza. Pita è ancora legata al letto.
Lei lo guarda senza dire niente, i suoi occhi sembrano bruciare sempre di più di un’insana febbre.
Non si chiede perchè volessero fargli la festa, non gli interessa più ormai.
-Cosa farai Pita? Cosa farai se non ti slego e ti lascio qui da sola?-
-Non lo so- Risponde la ragazza.
-E cosa farai se ti libero?-
-Verrò con te-
Il sole sta per calare e tutto si è tinto di arancione scuro. La macchina sfreccia veloce verso il confine del Messico con la valigetta piena di soldi e diamanti, ben nascosta sotto il seggiolino del passeggero.
Enrique stringe il volante con una mano sola e butta giù un bel sorso di tequila.
Pita lo guarda appena, mentre gli occhi gli si chiudono dal sonno.
‘Fanculo Fisher, ‘fanculo Don Carlos e ‘fanculo Mauricio Brama… ‘
‘Fanculo anche il Messico.
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