MASTRO LINDO

di Gano

«Che c’è Ciccio?»
Al bar Mastro Lindo chiamava tutti “Ciccio”, perché i nomi non erano il suo forte. L’interesse disinvolto che dimostrava per le persone aveva un che di genuino. Lungo e magro come un giunco, si chinava con la testa pelata per guardarti in faccia e stabilire un contatto. Aveva gli occhi lucidi, inumiditi dai troppi camparini, ma azzurri e sinceri come quelli di un cucciolo. Riusciva a vederti dentro, non so se mi spiego. Ci sono persone che nonostante abbiano imboccato strade avverse e con gli anni siano diventate le ombre di una città malata, rimangono in qualche modo pure dentro, e quella purezza affiora nei momenti più impensati, magari verso l’ora dell’aperitivo quando la giornata ce l’hai tutta sul groppone, e ti aggrappi al negroni come un naufrago, perdendo lo sguardo oltre le porte a vetri del bar, dove la pioggia batte e l’asfalto graffia.
«Che c’è Ciccio?»
Me lo chiese a me quella volta, perché era un giorno di quelli. Ne ho pochi, per fortuna, ma ogni tanto arrivano. Sono i giorni in cui detesti ogni fibra del tuo corpo, ogni particella del tuo vivere, ogni frammento di secondo del tuo incessante scorrere, un inutile e claudicante trascinamento di membra già in putrefazione. In quei momenti sei consapevole solo dell’esistenza delle tue appendici; la lingua, il cazzo e il buco dell’ano. Sono gli unici interruttori capaci di farti sentire un po’ vivo. Ma poi ti ritrovi a pensare a tutte quelle dannate budella che si trovano nel mezzo, quelle lasciate ai gatti di strada e all’ennesima ribevuta…
«Niente Mastro, sto bene. Non preoccuparti…»
«No Ciccio, non stai bene… dai mettiti a sedere, ti offro qualcosa…»
Esistono le forze della natura e le forze da bar. Mastro Lindo era una forza da bar, uno tzunami di buoni propositi e sorrisi gentili. Ti prendeva il braccio e a volte ti stringeva un po’ forte, ma anche quando ti faceva male era un piacere, perché ti sentivi al sicuro vicino a lui. Era più alto di quanto sembrasse, perché se ne stava un po’ gobbo. Di sicuro toccava il metro e novantacinque. Teneva la zucca pelata in bella mostra e i neon del bar vi si riflettevano sopra come sulle palle da biliardo. Sulla pelle tirata spiccavano un paio di fitte, reminescenze di alcune ferite da curva. Il calcio era una delle sue fisse.
«Insomma Ciccio, che cosa c’hai? Non ti ho mai visto così…»
Perché non mi faccio mai vedere così, pensai io. Gano al bar ci va quando è di buon umore. Le “giornate no” le passo sotto le coperte ad osservare il soffitto e a stringermi le trippe. Ma oggi è successo tutto così d’improvviso, tutto così dannatamente di botto…
«Che ti devo dire Mastro, è la vita. A volte fa proprio schifo…»
«Ma no dai! Là fuori forse, ma qui dentro si sta d’incanto. Guarda che vestitino si è messa la Giorgia oggi…»
Si, la Giorgia stava divinamente con quel vestitino a fiori e i capelli tirati su. E fuori effettivamente era tutto una merda, e starsene ai tavolini di plastica, cullato dal brusio del bar e dall’ennesimo aperitivo, era come sedere alla corte di Giove circondato dalle ninfette. Però…
«Si, c’hai ragione, ma oggi è una di quelle giornate, sai…»
«Dai Ciccio, che te ne frega! Pensi davvero che potrebbe andare meglio di così? Pensi che una moglie, dei figli, una casa col giardino possano farti sentire meglio di come ti senti adesso, su queste seggiole da quattro soldi? Pensi che il grano ti possa risolvere tutto? O le Mauritius? O che ne so… No, Ciccio, non farti fregare. Se le cose andassero meglio non te accorgeresti neanche, ma lo avvertiresti subito se andassero peggio. Perché le cose possono sempre andare peggio, non pensi?»
Aveva centrato il punto, e lo sapevo perché erano esattamente le frasi che dispensavo io alla gente del bar. Grande Mastro Lindo, ce l’hai fatta, pensai. Hai detto proprio quello che volevo sentire. Beviamoci su…
E così rimanemmo a bere fino all’ora del TG.
È passato mezz’anno da quando la cirrosi si è portata via il vecchio Mastro. A volte gli occhi mi diventano umidi senza che me ne accorga. Ripenso alla sua testa pelata, al suo sorriso e a quegli occhi celesti e giusti. Alla sua anima, che adesso vaga solitaria nell’etere del bar, sopra le fettine di limone adagiate dentro i bicchieri del campari soda. Al suo “Ciccio”, che metteva allegria. Alla sua postura, piegata dall’altezza ma non dalla vita…
Penso a tutto ciò ed è come se fosse ancora qui…
…e forse è qui per davvero.

Tratto dal libro: La Veglia dei Giganti

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