NATALE AL BAR

di Gano

È una di quelle giornate fredde di dicembre in cui hai bisogno sicuramente del doppio calzino, specialmente se i calzini ce l’hai tutti bucati. È un vecchio trucco quello di metterne due paia per tappare i buchi, ed io li conosco tutti i vecchi trucchi. A dicembre, se il sole basso abbaglia, vuol dire che fa un freddo della madonna. Te ne accorgi anche dai vetri delle finestre appena metti il naso fuori dalle coperte, però non ce la fai a rimanere a letto perché quel sole è proprio una meraviglia, pare quasi dipinto e forse lo è per davvero, ti chiedi perplesso picchiettando con l’indice la colonnina di mercurio in terrazza, che durante la notte è scesa abbondantemente sotto lo zero. Ti avvii in cucina per preparare il caffè e ti accorgi che ti hanno appena tagliato il gas. Ti spieghi il freddo padrone della stanza, ti spieghi le bollette abbandonate ancora chiuse sullo scaffale, ti spieghi anche perché il mondo faccia così schifo; tagliare il gas ad un povero cristo proprio la vigilia di Natale. Quasi quasi ti vien da ridere, se solo il freddo non ti avesse paralizzato i muscoli della faccia. Unica soluzione; il bar. Continua a leggere

L’EROE

di Aeribella Lastelle

L’eroe sa che non farà ritorno, ma ha bisogno di legare ad un filo la speranza. Ci sono la pioggia, il vento e le montagne, e poi chissà quante strane creature si frapporranno tra lui e la sua meta; lupi, orsi e ragni giganteschi.
La foresta nasconde antichi segreti. Sulle alture abitano i giganti delle rocce. Piccolo eroe, fin dove credi di poter arrivare?
Ma è solo nell’intento che si nasconde tutto l’ardire dell’avventuriero.
“Andiamo…” sussurri. La tua piccola casa sembra un palazzo. Vorresti rimandare la partenza, ma sai bene che non puoi.
È il vento che ti supplica di partire.

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L’UNICORNO

L’unicorno era confinato in un recinto di filo spinato e corrente elettrica. I dottori gli facevano di continuo dei prelievi per trasformare il suo sangue dorato in costose medicine. Gli scienziati invece studiavano i suoi poteri telepatici per applicarli all’industria bellica. Un cameraman lo seguiva ventiquattro ore su ventiquattro per il reality show più in voga del momento. Ogni tanto la creatura guardava dritta nell’occhio della telecamera, come se volesse parlare al suo accalorato pubblico. Di solito in quel preciso istante partiva lo stacco pubblicitario, per ricordare alla gente che, malgrado gli orrori e le ingiustizie, lo spettacolo doveva andare avanti.

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IL PICCOLO TOBIAS

di Jonathan Macini

La mamma del piccolo Tobias era diversa quella sera. Se n’era rimasta tutto il pomeriggio a fissare la TV sintonizzata su un canale morto, due vacui occhi ancorati al tremolante nevischio grigio.
Tobias giocava tranquillo con i treni sul tappeto rosso del soggiorno. Quando sua madre gli disse di mettersi il pigiama gli sembrò la cosa più naturale del mondo. Lei gli avrebbe rimboccato le coperte e, prima di spengere la luce, dato un bacio sulla fronte.
La sua testolina non ebbe il tempo di spiegarsi perché quella sera sua madre, invece di augurargli la buonanotte, gli infilò le forbici negl’occhi.

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LE POLITICHE

di Gano
Mirco dondolava insieme alla sua Tennent’s, la cenere lunga sul punto di cadere, il corpo magro piegato innaturalmente dall’ultima pera. Si stava insieme al banco ad aspettare il mio corretto…
«Gano, te che sai tutto, chi le vince le politiche?»
La Giorgia mi sistemò la tazzina davanti e si girò ad afferrare la bottiglia di Stravecchio, una manovra d’anche sublime che mi fece fare un balzo al cuoricino.
«Credo che questa volta vincerà la sinistra» risposi, sorridendo alla Giorgia.
«Speriamo Gano!» esclamò Mirco, grattandosi il ginocchio e sfregandosi violentemente il naso.
“Perché, che differenza farà mai!” pensai io, girando il caffè.
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MASTRO LINDO

di Gano

«Che c’è Ciccio?»
Al bar Mastro Lindo chiamava tutti “Ciccio”, perché i nomi non erano il suo forte. L’interesse disinvolto che dimostrava per le persone aveva un che di genuino. Lungo e magro come un giunco, si chinava con la testa pelata per guardarti in faccia e stabilire un contatto. Aveva gli occhi lucidi, inumiditi dai troppi camparini, ma azzurri e sinceri come quelli di un cucciolo. Riusciva a vederti dentro, non so se mi spiego. Ci sono persone che nonostante abbiano imboccato strade avverse e con gli anni siano diventate le ombre di una città malata, rimangono in qualche modo pure dentro, e quella purezza affiora nei momenti più impensati, magari verso l’ora dell’aperitivo quando la giornata ce l’hai tutta sul groppone, e ti aggrappi al negroni come un naufrago, perdendo lo sguardo oltre le porte a vetri del bar, dove la pioggia batte e l’asfalto graffia. Continua a leggere