LA LEGGENDA DEL BRISCOLONE

La leggenda del briscolone

di Gano

– Brutta caccola, dov’eri finito! –
– Come dov’ero finito, non mi sono mai mosso di qui, io! –
– Non è possibile, è la terza volta che faccio il giro della piazza… –
– Fatti una visita agli occhi, che ti devo dire… –
– Vieni, monta, sennò si fa tardi. –
Rocco e Pelo si conoscevano da una vita, o forse si erano visti anche prima, e come dicono certe filosofie orientali può essere che quelle due anime balorde siano destinate a reincarnarsi all’infinito per stare sempre vicine. Asilo insieme, scuola insieme, militare insieme, prima volta insieme, ovviamente sul vialone, non c’era cosa che uno non sapesse dell’altro. Neanche le rispettive mogli li conoscevano come si conoscevano tra di loro.
Il giorno di cui vi racconto era uno di quei pomeriggi piovigginosi di novembre, ancora non freddo ma buio e tristo. Rocco aveva fissato alle tre davanti al bar, e in effetti Pelo era già lì alle tre meno un quarto, ma tra le sambuche e le chiacchiere era rimasto ancorato al banco. Rocco non c’aveva le traveggole, era davvero passato davanti al bar due volte senza trovarlo, ma Pelo non voleva mai pigliar torto, e Rocco questo lo sapeva bene, così lo lasciava dire.
– Ma quando ti decidi a pulirla questa carriola? –
– Sta a vedere la prossima volta ti verrò a prendere in limousine… –
– Cosa vorresti insinuare, che non me la meriterei? Io ho guadagnato tanti di quei soldi nella mia vita che avrei potuto comprarmi come minimo tre limousine. –
– E invece non c’hai neanche il motorino! –
– Perché me li son goduti io i quattrini. Mica come quegli schifosi che si fanno chiamare vip, con le loro donne di plastica, il Don Perignon, la barca in Sardegna. Li ho conosciuti io sai, al casinò. Vanno tutti alla roulette a puntare due fiches, per farsi notare e basta. A San Remo nel ’98 io ci lasciai mezzo miliardo al tavolo del poker, capito Nini? –
– Oh, ancora con la storia di San Remo? Basta, dai. –
Il traffico era quello del venerdì, che malgrado fosse ancora primo pomeriggio c’erano già le code dei rientri. L’ignoranza del popolino si manifesta in tutto il suo splendore tra gli scarichi delle marmitte e i semafori rossi. L’omicidio diventa un’ottima soluzione ai problemi dell’uomo medio. Ma i nostri due eroi erano in largo anticipo per l’appuntamento che li aspettava, così procedevano a singhiozzo su una vecchia uno verde, calmi come due oranghi sedati, marlboro light per Pelo e toscanello per Rocco.
– Menomale abbiamo fissato per le quattro, con questo traffico c’è da diventar matti! –
– Poi non ti credere, di sicuro Panfilo si farà aspettare… –
Panfilo era il terzo in comodo, compagno d’avventure ma defilato, perché lui c’aveva l’azienda e la ganza, e quindi non c’era praticamente mai. Ma quando c’era ai due era permesso di fare un salto dal greco, che imbastiva il briscolone con puntate più che dignitose. Panfilo assicurava Pelo, che dopo il fattaccio di un pagherò saltato era stato bandito dalla bisca, e prendeva un buon venti percento delle vincite, se c’erano. Ma con Rocco e Pelo al tavolo della briscola non c’era scampo per nessuno.
Arrivarono davanti alla casa del popolo alle quattro meno dieci, e dovettero aspettare quasi mezz’ora prima di vedere sopraggiungere un omone col piumino e il berretto.
– Guardalo come sta con quel giubbotto, come se fosse freddo… –
– È sempre stato così Panfilo. Anche d’agosto con 40 gradi indossa camicia e gilet. –
– Oh ragazzi, che siete già qui? –
– No, ora s’arriva… –
– Non fare lo spiritoso te, che se non fosse per quel bischero del sottoscritto col cavolo sederesti al tavolo del greco. –
– Boni ragazzi, boni… –
Entrarono insieme al circolino e ordinarono tre sambuche con quattro mosche. Quattro era il numero che apriva la porta della stanza del greco, quella dietro la dispensa, allestita con tre tavoli professionali da gioco. Non avevano ancora finito il caffè che una ragazza bionda molto fuori luogo apparve dietro il banco accanto al vecchio barman, e li invitò a seguirla. Passarono per uno stretto corridoio illuminato da una trappola per zanzare, scavalcarono alcuni fusti di vino e cocacola, attraversarono una tenda di ciniglia verde vomito, e giunsero infine davanti a una porta chiusa. La ragazza aveva la chiave e fece scattare la serratura.
– Belle cosce! –
– Eh già! –
Ma la ragazza non si girò neanche a guardare i due commentatori, ovviamente Rocco e Pelo. Aprì la porta e una zaffata di fumo li investì.
– Aria di casa mia… –
– Parla per te, Pelo. –
– Ah, perdonami Panfilo, dimenticavo che hai smesso di fumare da… quanti giorni? Tre? –
– Boniiiii… –
Il tavolo era già imbandito. La luce puntava il mazzo di carte Del Negro e il portacenere mezzo pieno, sopra una pratino verde con qualche bruciatura di cicca. Il greco sedeva defilato al tavolo di destra, con una vecchia romagna in mano e una senza filtro in bocca. Lui riscuoteva subito. La bionda era la sua compagna ma fungeva anche da soubrette e da cameriera. Il costo delle consumazioni subiva un leggero rialzo ai tavoli del greco, qualcosa tipo un caffè quattro euro e dieci pezzo per i superalcolici. Ma questo era accettato da tutti i frequentatori. D’altra parte se volevi puntare grosso non c’era che lui in città.
Ma adesso parliamo degli avversari dei nostri due eroi, una coppia di tutto rispetto. In piazza erano conosciuti coi nomi di Checco e Occhiolino, il primo perché sicuramente faceva di nome Francesco, il secondo per la sua reputazione di grande segnalatore di briscola. L’occhio più veloce dell’Appennino, alcuni dicevano. Non c’era verso di sorprenderlo da quanto era veloce, ma Pelo quella storia l’aveva sempre snobbata; “ma quali segni… non penserete che usino i segni classici, non lo fa nessuno ormai. Ti fanno solo credere di stare al gioco, ma in realtà sono due figli di buona donna, ecco tutto!”
Rocco invece era più umile e riconosceva il valore dei due avversari. Li aspettava una grande sfida, ma il piatto era un signor piatto, e poi c’era il discorso del prestigio, al quale Rocco e Pelo tenevano senz’altro di più. Quella sarebbe stata la giocata che avrebbe proclamato la coppia campione.
– Siete pronti per un bella risolata? –
– Che canti già vittoria Pelo? –
– Beh, con due morti come voi, anche a occhi chiusi… –
– Non incominciare a offendere, eh! –
– E chi offende… –
– Bono Pelo, dai. Tu ci tiri addosso il malaugurio… –
E così incominciò, e le carte girarono per ore su quel tavolo verde. Panfilo rimase a bere e chiacchierare con il greco, la bionda fece un paio di su e giù coi bicchieri, e il fumo divenne più denso che mai. Non venne nessun altro quel giorno. La sala da gioco era tutta per loro. Diecimila euro di piatto e una tirata assicurata fino al mattino. Alle otto il greco se ne andò a cena con la sua bionda e un giovane tunisino gli dette il cambio. Anche Panfilo se ne tornò a casa, ma i giocatori si accorsero appena di questi eventi.
Le carte giravano, perché come girano loro girano solo i coglioni in quelle giornate no, specialmente d’inverno quando lo scaldabagno non ti funziona e ti è finita la scorta di Lavazza. Fino a mezzanotte i nostri due eroi potevano dirsi in vantaggio, ma insieme alla stanchezza subentrò anche quella bastarda della signora sfortuna. Le carte avevano smesso di girare ed erano solo dalla parte di Checco e Occhiolino. Pelo schiumava, e non solo per colpa della decima sambuca. Rocco si puntellava sui gomiti, col toscanello che gli penzolava dalle labbra.
– Ragazzi, ma non provate un po’ di vergogna per il culo che vi ritrovate? –
– Le carte girano, Pelo… –
– Girano un paio di palle Checco! Son cinque mani che non ci entra una briscola decente! –
– Ma smettetela di lamentarvi! Fino a due ore fa c’avevate le carte migliori voi! –
Ma quando si sfora una certa ora, tipo le tre o le quattro di notte (o per alcuni del mattino) la realtà incomincia a perdere consistenza, e se la storia diventa mito nessuno se ne accorge. Dovete sapere infatti che al bar questo grande briscolone è diventato col tempo una specie di cantata epica, e ognuno c’ha il suo modo di raccontarla. Perché, prima di tutto, e ve lo dico subito così vi metto l’anima in pace, nessuno ne uscì vincitore. Poi dei nostri quattro giocatori solamente il povero Rocco, pace all’anima sua se ne andato tre mesi fa, cancro bastardo, ha avuto il coraggio di raccontare qualcosa. Gli altri si sono tutti chiusi in un silenzio imbarazzato, tipico da dopo sbornia, e hanno smesso di giocare a briscola e di frequentare il locale del greco.
Per quello che ci è dato di sapere sembrerebbe che verso l’alba le due coppie si trovavano nuovamente in parità, e mentre si avvicinava l’ora che avrebbe decretato la fine delle ostilità, ovvero le sette del mattino, i punti che separavano le due squadre continuavano ad assottigliarsi. Allo scoccare delle sette precise, mentre il tunisino se la dormiva della grossa e le bottiglie di vecchia romagna e di sambuca sul tavolo verde erano più morte del mio povero nonno, i punti di Rocco e Pepe erano esattamente gli stessi di quelli di Checco e Occhiolino. Cioè, per spiegarmi in parole spicce, soprattutto per i meno esperti di briscola, si era verificata una situazione di parità assoluta che neanche nella peggiore casistica ci si poteva aspettare.
– E adesso cosa si fa? –
– Come cosa si fa? La bella si fa! –
– Vuoi dire una secca? –
– Per forza! –
E così tornarono a girare le carte sul tavolo. Una partita meravigliosa, trascinata dagli ultimi residui alcolici nei corpi dei quattro eroi. Ma che burla del destino quando andarono a contare le carte e si accorsero di un’altra incredibile parità: sessanta a sessanta.
– Maremma impestata! –
– Questo tavolo dev’essere stregato! –
A quel punto la storia si fa confusa, o almeno è quello che ci è dato di sapere. C’erano delle voci nella stanza, e le luci sui tavoli sembravano si fossero smorzate da sole. Entrò la donna del greco vestita da regina di picche, con dietro il greco in persona, ma non era proprio lui. Era il re di picche, ovviamente, vestito col mantello pellicciato e la corona pacchiana. Insomma, lei si avviò al tavolo di gioco e si distese supina con la testa indietro rivolta a Pelo.
– Come va la partita, ragazzi? –
Subito dietro di lei c’era il re, cioè il greco, che con gli occhi lucidi come fondi di bottiglia dichiarò: – Signori, è arrivata l’ora di levarsi dai coglioni! –
Poi tirò su la gonna della regina e incominciò a fare i suoi comodi davanti a tutti, con un ghigno spaventoso sotto due baffi da greco. Il greco c’aveva i baffi, mi ero dimenticato di dirvelo…
Col vecchio su e giù la bionda di picche iniziò a cantare l’Aida, salendo di ottave insieme al movimento del re. I quattro giocatori restarono immobili con le sigarette in bocca e le carte in mano (toscanello per Rocco, s’intende.)
– Vai, vai, vai… –
– E vadoooooooooo! –
Più stranulati che imbarazzati per quell’assurda situazione, i quattro si guardarono negli occhi e insieme proposero la patta.
– Che si finisce qui? –
E così sembra infatti che sia finita. Ognuno riprese la sua parte della posta in gioco e ritornò a casa, rimuginando bene sull’accaduto. Sogno o realtà? Verità o delirio?
Beh, vedete, quando alcuni personaggi di grossa caratura come quelli di cui vi ho appena narrato le vicissitudini vengono coinvolti in situazioni estreme, la realtà automaticamente viene alterata, distorta e amplificata. Colpa dell’alcol, del fumo e della stanchezza? Ma certo, siete liberissimi di pensarla così. D’altronde è più facile accettare una spiegazione razionale. Ma il mito e la leggenda si reggono sempre su delle solide fondamenta di verità.
Il re e la regina di picche cavalcarono il tavolo verde, decretando la fine del gioco, suggellando una parità fuori dalla norma. Da quel giorno tutti e quattro smisero di giocare a briscola, ma li potevi vedere insieme alla casa del popolo al tavolo del ramino, a ridere, scherzare e bere sambuca.
Ma se qualcuno tirava fuori in loro presenza la leggenda del briscolone, quelli lo guardavano storto e se ne andavano. Perché le leggende, specialmente quelle da bar, bisogna saperle tramandare in segreto, farle aleggiare sopra il banco delle paste e i tavolini di plastica. Bisogna prendersi cura di loro.
Io, nel mio piccolo, spero di esserci riuscito con questo breve racconto.

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