FIRENZE, IL SOCIAL FORUM E LA FINE DEL 2002

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di Jonathan Macini

Spesso mi domando se potrò mai cambiare qualcosa con le cose che scrivo. Anche una singola mente di questo triste pianeta. Chissà…
Il giorno è terminato. Il lavoro ci ha sfinito, come di consueto, e noi raccogliamo i frutti del solito ciclo. Un caldo blues che ti canta le cose giuste, l’amore, l’amicizia, e le tristi conseguenze della vita. Non si piange mai abbastanza per un buon blues.
Afferro nella sicurezza di un boccale la convinzione di poter comunicare. E vorrei dire che tante cose sono sbagliate, e davvero potremo migliorarle se solo volessimo. Provo un grande senso di vicinanza e comprensione per quelle persone così distanti, tristemente abbandonate alle sacre leggi di questa nostra società. Nei volti e nelle mani di semplici uomini percepisco il significato della parola “responsabilità”. Il mio lavoro mi permette di trovarmi a contatto con diverse realtà. L’uomo che lavora, quello con la risata facile, disinvolto anche quando il linguaggio del suo corpo è inequivocabile. Poi c’è chi ha difficoltà nell’approccio, chi diventa scontroso, spesso maleducato. L’uomo che fa, troppo impegnato per prenderti in considerazione, tu piccolo cameriere che si guadagna il pane, lui rapito dal suo cellulare, oppure dal collega che gli siede accanto. Non ti guarda neanche, non gliene importa un cavolo di quello che gli porti da mangiare. È completamente schiavo del suo lavoro. Poverino…
Il cliente anziano è diffidente, estraneo. Appartiene a un mondo prima di questo, non so se migliore o peggiore, ma senz’altro diverso. E poi c’è il brillante, che farebbe meglio a tenere la bocca chiusa.
Infine ci sono le donne, le nostre care donne di questo ventunesimo secolo. Perfette creature da circo.
Vorrei dire a tutti che va tutto bene, che non c’è bisogno di stare così sulle spine. Mi piacerebbe che si sciogliessero un po’, e che ridessero, ma di cuore. Ma sono ormai al caffè, pronti per la seconda parte della loro telenovela. Ed io li guardo andar via, mentre do lo straccio sul tavolo sul quale hanno appena mangiato, del quale si sono già dimenticati, del quale non riconoscono l’importanza. Almeno loro hanno mangiato, oggi. Non è facile prendere coscienza dei nostri privilegi. Ogni volta che li diamo per scontati, manchiamo di rispetto a chi non ne ha. E succede ogni giorno, over and over again…
Saturo del rumore della marmitta forata, attraverso le vie di campagna di questa bella Firenze, una sera di ottobre. Ad est c’è il fuoco che arde nel cielo, o forse è il cielo stesso che ha preso fuoco. È una meraviglia. Peccato che centomila anime guardino dall’altra parte.
A notte, in periferia, c’è una luce arancione che si sparge sulle nuvole. È quella dei lampioni. Gli alberi sono ombre contorte che si stagliano su quella luminescenza, creando un contrasto da brividi. Mi viene quasi voglia di afferrarlo… ma è una cosa strana, l’appartenenza, la prigionia della cose. Ci piace cosï tanto disporre i nostri affetti su delle mensole, magari in ordine alfabetico. Come i miei cd… Non ci trovo niente di male, in fondo. Ma ho voglia di capire qual’è il significato di tutto questo accumulare, la droga dell’occidente che alimenta questa strana macchina che chiamiamo “Economia”.
Mentre il tempo mi sfugge tra le dita, e una campana lontana esegue i suoi soliti rintocchi, mi sovviene un ultimo pensiero: “anche per oggi il tempo ha cantato la sua canzone”.

Penso a Ricky, un amico molto caro. Lo chiamo così, all’americana. Ma ormai non se ne sfugge…
La scorsa notte ho bevuto molto insieme a lui, e forse abbiamo di nuovo toccato i confini della verità. È come se avessimo bisogno della scusa dell’ebbrezza per parlare di certe cose. Se è vero che in passato riuscivamo ad esprimerci liberamente, ho paura che abbiamo fatto un bel passo indietro.
Ricky mi è molto vicino. Credo di vivere parallelamente a lui perché soffriamo insieme delle stesse cose. Nel dolore troviamo l’amore reciproco. La notte scorre nel fiume dell’alcol, mentre le automobili ci sfrecciano accanto. Percepiamo le immagini della notte degli altri. Profumi e suoni di gente distante, rapita dagli stupidi balocchi di questo sistema. Il liquido dorato scorre a meraviglia, convincendoci di poterci distinguere da tutto il resto. Camminiamo fino a rimanere soli, due ombre che ondeggiano sulle macchie di luce dei lampioni. Siamo come soggiogati dai nostri sensi, che attutiscono il rumore dell’autostrada vicina e acutizzano il profumo della rugiada che si deposita un po’ ovunque. Nel corpo viviamo un ritmo funkeggiante che ci fa danzare con la bottiglia in mano. Qualcuno ci osserva da lontano e non riesce a nascondere una nota di disappunto. Fa parte del gioco.
Mentre ballo mi sento in completa armonia con Ricky. Ripenso alle incomprensioni del giorno, a quelle persone che avrei voluto avvicinare, ma non mi hanno permesso di farlo. Mia madre che mi chiedeva “perché?”, il mio collega così dannatamente sicuro di avere ragione, quel cliente che aveva visto in me un’altra persona. Momenti. Incomprensioni. Ognuno di noi vorrebbe connettersi, ma è la paura di non esserne capaci che ci trattiene dal farlo. Se solo la smettessimo di avere paura…

Parole nate dalle ceneri di una sigaretta, mentre guardo le foto di un grande passato. La sera scivola via tra i ricordi. C’è una bella colonna sonora che li accompagna. Come sempre…
Giorni fa ho rivisto Matte. Era così diverso da queste foto. Niente importava allora, a parte il sogno.
“Mi sento strano davvero, da un po’ di tempo è così…”

In questi tempi di incomprensione razziale, è facile perdersi in intricati ragionamenti. Non amo questa cultura occidentale, così dannatamente basata sul consumismo, ma non riesco neanche a confrontarla con le altre. Non le conosco. Posso solo essere certo di una cosa. Me lo dice lo stomaco. Questa non è la strada giusta!
Hai visto quante facce scontente che si aggirano per la città? Il concetto di realtà per l’occidentale medio si basa su ciò che è materiale. Tutto ha un valore, perciò diventa commercializzabile, e quindi reale. La casa, l’auto, l’orologio, il telefonino, ma non solo. Anche gli amici, il tuo quartiere, la squadra del cuore, la politica. Tutto è percepito come reale perché ha un preciso valore, risultato di un confronto, di una competizione. Questo vale più di quello perché è più prezioso, più forte, più resistente, più fico, più bello. Delimitando il confine tra ciò che è e non è reale attraverso il concetto dei valori materiali, abbiamo dimenticato l’equilibrio cosmico, la rivelazione dell’abbandono. Viviamo una bugia altalenante tra stati di felicità e infelicità, risultati di mere acquisizioni o privazioni di beni. Ne varrà la pena?

Monica è stata molto dolce ieri sera. Mi accarezzava la nuca mentre guidavo. Quel semplice gesto mi trasmette tanta tranquillità. Lei che è sempre così tesa, così maledettamente all’erta. Per il resto è perfetta. Vorrei solo che a volte chiudesse gli occhi, e prendesse la mia mano. Che si fidasse di me, fino in fondo.
Ma mentre mi accarezza la nuca tiene lo sguardo puntato sulla strada, attenta ad ogni mia piccola distrazione alla guida. È pronta ad ogni tragica conseguenza, incapace di abbandonarsi al presente, al momento, proiettata in un futuro catastrofico, fatto di dolore e sofferenza e di mancanza… Acquisizioni, privazioni…
A volte sto male per lei. Ma non è sempre così…
…spesso riusciamo a toccare insieme quei confini… hai presente?

Pedalo nella notte attraverso strade conosciute. Sono le strade di una città che cerco di sentire mia, ma non mi appartiene come vorrei. Mi ha dato molte gioie in passato, è vero, ma anche tanti dispiaceri. È una città dai due volti, facce opposte della stessa medaglia. Una volta, anni fa, ho avuto l’opportunità di abbandonarla. Ma lei mi ha richiamato, con le sue allettanti promesse, giochi di luci notturne, frasi vuote ma di grande effetto. Et voilà, il gioco è fatto!
Pedalo per Firenze, dentro i luoghi più inosservati, strade vuote, vicoli ciechi, edifici nascosti. È la Firenze che sta dentro Firenze, non quella del borghese o dello straniero artistoide, ma quella del fiorentino che si alza la mattina presto per andare a lavorare. La Firenze quella vera, dimenticata all’ombra delle alte guglie dei suoi monumenti.
Ormai è quasi mezzanotte. Non c’è più nessuno. Anche i bottegai dormono. Bisogna riacquistare le forze. Domani ci saranno nuovi turisti da spennare… vero?
E via così, fieri di essere fiorentini…

Di questa mia scontentezza riguardo alla città ne ho parlato con Ricky. Tra una birra e l’altra mi ha confessato di provare più o meno la stessa sensazione. Così abbiamo deciso di andarcene per un po’. Ne abbiamo parlato per tutta la sera. Alla fine il progetto era curato nei minimi particolari. L’idea era quella di andare prima a Milano a vedere che aria tirava. Poi potevamo salire su verso Monaco, poi Berlino, Amsterdam.
Entrambi sapevamo che erano solo un mucchio di stronzate. Comunque alla fine ne è venuta fuori una bella serata.

Per un momento mi sento libero. È una sensazione magnifica, il volo di un gabbiano. Poi la paura di perdere tutto mi ghermisce di nuovo. Cado…
Non possiedo grandi cose, ma ho una strana relazione con la musica. La divoro, eppure non riesce mai a saziarmi. Prima riuscivo ad afferrarla istintivamente, o forse era lei che mi faceva prigioniero. Insomma, era tutto molto più naturale…
Poi ci sono altre cose, così inutili a pensarci bene, tuttavia troppo reali per lasciarle stare.
Reali? E che significa?
Nel nostro caro occidente, terra di progresso e di cultura, significa tutto ciò che è compreso tra queste due parole: NASCITA e MORTE. Illudendoci di riuscire a comprendere l’infinito, assegniamo limiti a tutto ciò che ci circonda. I limiti ci aiutano a confrontare, valutare, criticare, scegliere. Tutto ha un inizio ed una fine. Nero su bianco. Reale. Ci arroghiamo il diritto di esportare questa nostra verità, e ce ne freghiamo delle altre. Non le prendiamo neanche in considerazione, e rimaniamo tristemente prigionieri dei nostri dogmi.
Dall’inizio del tempo i limiti esistono per rinchiudere le menti degli uomini.

Veronica ed io eravamo davvero splendidi insieme. Facevamo grandi cose, e potevamo farne tante altre. Ma qualcosa a un certo punto si è rotto.
L’ho rivista qualche giorno fa. È entrata nella pizzeria in cui lavoro. Era insieme a un uomo di mezza età. Sembrava sorpresa, e in qualche modo felice di vedermi. Glielo leggevo negli occhi. Il linguaggio del suo corpo è un libro aperto per me. Si sforzava di nascondere un certo imbarazzo. Piccola…
Si sono seduti a un tavolo ed hanno ordinato. Lei non avrebbe mai ordinato quelle cose con me. Bevevano cocacola. Anche quella non c’era mai stata sui tavoli del nostro passato. Ho orecchiato scorci di conversazione. Non potevo resistere, ero troppo curioso.
Com’è cambiata la bella Vic. È diventata proprio una donna! Mi piacerebbe chiederle che cosa pensa adesso della nostra vecchia storia, di tutti quei bei discorsi che facevamo, delle bottiglie di chianti bevute per attendere l’alba, sugli scalini del Piazzale Michelangelo. Ma conoscevo già le risposte.
Devo ammettere che è diventata più attraente…
…succede sempre così.

Mi ha chiamato Giò ieri sera. Era un bel po’ di tempo che non ci sentivamo. Al momento il ragazzaccio è molto impegnato. Si è messo in testa di entrare in affari, ma non è roba per lui. Questo però non gliel’ho mai detto. È bene che lo capisca da solo. Giò non è fatto per quell’ambiente. È una persona troppo vera, troppo onesta.
Si dice che in affari tutto sia lecito. Che quando due persone parlano d’affari, si elevano automaticamente ad un livello diverso da quello umano. Le relazioni non hanno più nulla a che fare con le decisioni che si prendono. Mi chiedo se possa davvero esistere un livello diverso da quello umano… È per questo motivo che odio gli affari. Con questo metro di paragone la gente giustifica troppo facilmente un comportamento scorretto, una decisione dolorosa, una scelta crudele. E tutta questa mascherata per cosa? Per i soldi? Sono davvero così importanti da permetterti di fare lo stronzo ogni volta che ti conviene?
Tempo fa una persona mi confessò di essere stata costretta a licenziare alcuni suoi dipendenti per il bene dell’azienda. Cercava una giustificazione, una scusa per non sentirsi addosso la colpa di aver messo in strada delle famiglie. Gli risposi semplicemente che ognuno fa quel crede giusto. Se cercava delle parole di comprensione, da me non le ha trovate!
Non esistono zone franche, luoghi, momenti, contesti in cui ci permesso di essere diversi da quelli che siamo. La legge ci dice che quando si uccide in guerra non siamo degli assassini…
Davvero?

Domani incomincia il Social Forum. A Firenze c’è una grande agitazione. Troppe persone sono ancora frastornate dalle immagini di Genova, soggiogate da quello spettacolo di violenza gratuita così magistralmente montato dalle nostre (loro) televisioni. Pochi si rendono conto della diversità di due eventi. Ancora meno sono le persone che sanno chi sono i No-Global e cosa pensano. Nell’ignoranza dilagante di questa Italietta d’inizio millennio, non potevamo aspettarci niente di meglio di un governo come questo. L’importante è resistere!
Incrocio lo sguardo di un ragazzo che ha voglia di cambiare le cose. Forse sto guardando negli occhi di un futuro uomo che la penserà in maniera completamente diversa. Chissà. Non sopporto l’idea di dover per forza rilegare l’idealismo alla ribellione della giovinezza. L’idealismo è figlio della favola, complice del bambino dentro di noi. Dovremo cercare di conservare quell’idea, di rimanere legati al fanciullino Pascoliano, e magari ogni tanto rileggere qualche bella favola.
Decido di mandare un messaggio a Ricky. Lui saprà certo il programma dei prossimi giorni. Magari se siamo fortunati rimediamo anche qualche manganellata.

Stasera s’inaugura. Ho fissato con Ricky, naturalmente. Forse viene anche Monica. Sarebbe bello.
Firenze è piena di polizia, tanto per far crescere un po’ la tensione. Stamattina sono andato a prendere il pass per partecipare alle conferenze. L’atmosfera era molto tranquilla. Ho visto solo qualche negozio sbarrato, alternato ad altri negozianti più coscienziosi che hanno deciso di rimanere aperti.

Trascorrono giorni di positività, di belle intenzioni, di parole di gioia gridate con tutto il fiato. Posso ancora sentirne l’eco.
Ho scorto centinaia di giovani facce colme di speranza, e ho avuto la netta sensazione che si stesse celebrando una festa, una specie di rituale contro i mali del mondo. Un inganno? Non saprei… So soltanto che io ero lì, e non m’interessa domandarmi se anche gli altri sapevano di trovarsi lì insieme a me. Non me ne importa. Per un attimo non mi sono sentito più solo, e questa sensazione era contagiosa; la potevo leggere negli occhi di chiunque.
Insieme a me c’era Monica. Il nostro amore sta crescendo. Ho avvertito un lento movimento reciproco di uno verso l’altra. È un po’ come lasciarsi andare, scivolare piacevolmente nell’abisso. Abbiamo marciato mano nella mano, circondati da migliaia di persone, uniti agli altri ma anche soli nel nostro piccolo mondo.
Sto parlando di felicità? Non saprei… però sono sicuro di una cosa; soli non si è quasi mai felici.

Ho acceso molte candele. Ballo insieme alle loro fiamme, sulle note psichedeliche dei primi Pink Floyd, quelli di Syd per capirci. Aspetto l’ora di andarmene a bere insieme a Ricky, ed allora mi rimetto a pensare al vecchio Matte. L’ho rivisto qualche giorno fa. È stato un bell’incontro, pieno di vecchie e nuove intese. È come se stessimo viaggiando sulla medesima rotta ma su due navi diverse. Forse un giorno ci ritroveremo sulla stessa isola, insieme a dei vecchi pirati di nostra conoscenza.
La luce che penetra dalle finestre sfuma lentamente lasciando risplendere le candele. Sento il bisogno di stordirmi un po’, ma in maniera romantica, nostalgica. Tutto va a meraviglia in questo mondo pieno di brava gente. Lo dico sul serio. Sono molto positivo… che vuol dire? Semplice, parto dal presupposto che in ognuno di noi esista il bene, e non il contrario. Se affronti il prossimo con questa predisposizione diventa tutto più facile, e ti senti anche più tranquillo. Riesci a dare un po’ di speranza a questo mondaccio.
Eppure bisogna continuare a lavorare, a trasmettere positività, anche col rischio di passare per scemi. Non posso certo aspettarmi una cambiamento totale, ma mi accontenterei anche solo di un piccolo miglioramento. Come la temperatura di questa stanza, che si è alzata grazie all’aiuto di una decina di candele. Me le ha regalate Monica… dolcissima Monica.
Immagino il profumo dei suoi capelli, e provo a respirarlo attraverso quello della cera che brucia. Si possono fare cose meravigliose con un briciolo di fantasia.

È un novembre troppo caldo, e come al solito molto piovoso. Attraverso la finestra del soggiorno scorgo il suo tipico cielo plumbeo. Lo stereo suona l’acustica di Scofield, il caffè è un po’ troppo dolce e la TV è muta. Osservo ridendo le figure che aprono la bocca senza dire niente. M’intrattengo per un po’ con questo stupido gioco. Poi afferro il telefono e chiamo Dani.
«Ciao bellissimo!»
«Ehi, come ti butta?»
«Non c’è male. E tu?»
«Al solito, solite storie. Lavoro, moglie, bimbo… sai com’è?»
«Come stanno tutti quanti?»
«Bene, si tutto ok!»
«Volevo chiamarti la settimana scorsa per chiederti se volevi venire alla marcia.»
«Quella del Social Forum?»
«Si, quella della pace. Veramente notevole!»
«Me lo hanno detto. Ti ho anche cercato perché mi sarebbe piaciuto esserci, ma era troppo tardi. Il tuo cellulare non era raggiungibile.»
«Si, l’ho spento durante la marcia. Beh, non credevo che ti sarebbe interessata. Se l’avessi saputo…»
«No, invece sarei venuto volentieri.»
«Non è da te. Sei sempre così passivo davanti a questi eventi. Quando c’è da parlare ti piazzi sempre in prima linea, ma nell’agire non ci hai mai creduto.»
«È che semplicemente non ho più nessuna speranza per questo mondo. Ormai è condannato.»
«Ti capisco…»
«Ogni volta che sento parlare qualcuno da quella scatoletta infernale mi viene il mal di testa. Ma è possibile che esista così tanta ipocrisia a giro?»
«È la gente che ha paura…»
«E come fanno presto a tirare fuori il loro librone quando li fa comodo. Ma se li prendi uno a uno, nessuno può dirsi veramente cristiano. Nessuno!»
«Eccoti di nuovo sulla religione.»
«Si! Forse perché me l’hanno imposta troppo da bambino, ma credo che abbia molto a che fare con tutta la merda che succede nel mondo. Prendi le varie guerre, ad esempio. Hanno tutte un risvolto religioso, anche quelle più vicine a noi.»
«É vero. E allora, che ci vuoi fare? Ti sei finalmente deciso a muoverti, a scendere e combattere? Oppure rimani a fare il solito predicatore anarchico?»
«Non lo so, ma questa situazione incomincia a diventare pesante.»
«Lo so, lo so. Ti posso confortare solamente invitando te e la tua famiglia a cena.»
«Quando?»
«Domenica prossima, va bene?»
«Grande! Porterò il vinello. Non vedo l’ora di riprendere il discorso.»
«Lo so carissimo, lo so.»
«Ciao caro, ci vediamo domenica!»
«Ciao!»
Poso il telefono e continuo a guardare le espressioni ebeti dei protagonisti dello schermo. John Scofield non suona più. Mi alzo e metto su un vecchio pezzo di David Bowie. Guardo fuori le chiome che provano a svestirsi, ma il vento non le aiuta neanche un po’. È proprio caldo per essere novembre.

Monica mette su la colonna sonora di Chinatown, quel Jerry Goldsmith che con poche note di sax ti strapazza l’anima. La guardo muoversi dolcemente insieme alla musica. Adoro il modo in cui balla, e come mi guarda ridendo. In questo momento è completamente libera da ogni sua preoccupazione. È lontana, neanche più con me. La vedo felice e per me non c’è niente di più importante. Mi perdo nella musica e nella sua figura, e aspetto che si ricordi di me, per abbracciarla e farla di nuovo mia.

Provo ad evocare l’inverno con bizzarri rituali, ma la temperatura non è ancora quella giusta. Mi piace l’idea del letargo, del sonno liberatorio che ti prepara alla nuova stagione. Ho voglia di vedere dormire le cose, così potrò osservarle nella loro vera natura, libere dalla paura. Poi, quando tutto dormirà, potrò distendermi anch’io. Abbandonarmi ad un grosso sbadiglio chiudere gli occhi.
Dolcissimo inverno…

È stata una giornata impegnativa. A lavoro ho incontrato molte persone, come al solito. Alcune di queste mi hanno trasmesso un profondo senso di tristezza. Come i pezzi di un antico mosaico che nasconde l’effige di una misteriosa divinità, le piccole vite incomplete di questi uomini galleggiano assurdamente verso la deriva. Menti aride di domande, vite prive di risposte. Come Enzo, ad esempio…
Mi ha trattenuto al suo tavolo per un bel po’, illustrandomi tutti i suoi progetti, vantandosi delle cose che aveva fatto, ostentando sottilmente le cose che possedeva. Malgrado ciò, non mi riusciva di volerli male. Anche lui fa parte del mosaico, anche se ignora totalmente l’identità dell’effige. Gli ho regalato un sorriso. Era tutto quello che avevo.
Scende il tramonto sulla città, come un muro che si chiude attorno a me.

Prime atmosfere natalizie. In parte mi riscaldano, in parte mi lasciano indifferente. Cerco l’essenza della festa, e la trovo nel vento siberiano che soffia tra i vicoli della città, illuminata come un presepe. Passo davanti a vetrine colorate, persone piegate in due dal freddo, le mani gelate che reggono i primi regali. Le automobili sfrecciano incuranti, padrone assolute della strada. Immagino gli odori artificiali dei loro interni, plastiche e tessuti sintetici, l’aria calda del riscaldamento, i vetri che si appannano… E poi ci sono i turisti, sempre loro.
Osservo tutto questo con un sorriso che mi solca il viso e non riesco a nascondere. Penso al vecchio Ricky e alla cosa bellissima che gli sta capitando. L’ho visto l’altra sera insieme a Triscia. Stanno davvero bene insieme. Sono così felice per loro che quasi non riesco a capire…
Poi la scoperta! Sono felice perché vivo uno degli aspetti della felicità: l’essere felici della felicità di una persona che ami.
Continuo a camminare incontro al Natale, e il sorriso si è già trasformato in una risata. Spero riesca a contagiare qualcuno.

È il 25 dicembre, ma chi stiamo festeggiando? Semplice: il dio soldo. E come ci riusciamo noi occidentali non riesce a nessuno. C’è il mito del regalo, quasi un obbligo ormai. Non conta che sia bello, utile o azzeccato. Il pacchetto è quasi più importante dell’oggetto. Poi c’è il bel mangiare, almeno una volta all’anno. Salmone, spumante, astice e vino buono… e ovviamente tanta carne!
C’è il divertimento, il cinema, il ristorante. E poi ancora regali, regali, regali… Vogliamo farci due conti in tasca? Forse è meglio di no. A questo punto abbiamo tutti capito che il dio soldo è stato venerato nel migliore dei modi. E mentre questa grassa divinità si addormenta, sazia ed appagata, proviamo a guardarla da vicino. Perché ce la siamo ritrovati tra i piedi, indomabile sfruttatrice delle nostre vite?
Una delle frasi più ipocrite di questo mondo è questa: “i soldi non fanno la felicità.” Peccato che nessuno ci creda, e anche se molti vorrebbero crederci, non ci riescono.
Ma lo sapete cosa vi dico? Vi dico che è vera… si è vera, anche se viviamo in una società in cui tutto, ripeto tutto, gira intorno al denaro. È vera!
Il problema è che ci distraggono dalle cose che realmente contano. L’amore, ad esempio. La salute, la terra, la vita, in ogni sua manifestazione. Si, lo so belle parole… Ma non contano niente. Non ci si risveglia ascoltando una manciata di belle parole.
Forse un giorno scoprirai di fare il cretino dentro la tua bella auto, intrappolato nel traffico del centro. Con la sigaretta stretta tra i denti, in balia di un meccanismo che non sei riuscito a rifiutare. Te lo hanno iniettato, e ti è tornato comodo per un po’. Ma adesso…
Quando camminerai libero su sentieri lontani e sarai capace di guardare il cielo, allora scoprirai il significato dello sguardo di una giovane giornalaia di paese, il sapore dell’olio nuovo del contadino, il tramonto che colora la valle in modo strano. E forse ti convincerai che i soldi davvero non contano.

Monica è stata fantastica ieri sera. Ha riso di tutto e di tutti, seduta accanto a me, perfettamente sobria ma coinvolta nella mia ebbrezza. È stata abile nelle battute, veloce nelle risposte, insuperabile negli sguardi. Insieme a vecchi e nuovi conoscenti ha saputo destreggiarsi tenendo sempre lei le redini del discorso. Siamo tornati alle una e l’ho avuta più volte, e lei si è data a me ogni volta che volevo. L’ho sentita padrona delle mie estremità, complice dei miei liquidi. Se ci ripenso mi vengono di nuovo le vertigini.
È stato il momento.

L’umanità ha sepolto i suoi segreti sotto terra, e solo la musica, a volte, riesce a disseppellirli. Siamo in trappola, nella grande gabbia dorata. Ci hanno dato anche la chiave, consapevoli del fatto che non la useremo mai.
Arranco verso il 2003, mentre messaggi d’affetto fanno vibrare il mio cellulare. Sorrido mentre scorro con gli occhi quelle frasi mutilate. Hanno una sapore strano, artificiale, eppure voglio molto bene a quelle persone che le hanno scritte. È un usanza che abbiamo troppo facilmente assimilato. Uno sporco gioco delle compagnie telefoniche. Una scorciatoia per sentirci presenti un po’ dappertutto, sinceramente o meno. Mentre penso a tutto questo mi bevo la mia coppa di spumante. La butto giù tutta di un fiato. È arrivato il nuovo anno.
Spengo il telefono e lo stringo nella mano. Ho voglia di distruggerlo, per sentirmi meglio. Ma è solo un stupido gesto. Non ne vale la pena…
…per adesso.

2003-2008

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