LA MOGLIE DEL TRIPPA

il-trippa

di Gano

Fuori pioveva e stare dentro al bar era una bellezza. Avete presente quelle giornate di febbraio, fredde e buie, e magari tira anche un vento bastardo dal nord, di quello che ti gela dentro, e porta sempre una pioggerella fina, che sembra innocua ma poi te la ritrovi anche nelle mutande. Insomma, era giornata di quelle, e fare due chiacchiere con la Giorgia mentre mi prepara il corretto a stravecchio è come stare in paradiso. Della Giorgia ve ne ho già parlato, mi sembra… Bel culo, bel sorriso, bel tutto.
Comunque, si diceva, tutto al bar diventa meraviglioso col grigio fuori; il baldacchino dei lecca lecca, le bottiglie polverose, i biscottini al cioccolato antichi, le schedine prefatte buttate in un angolo e anche il grugno di Aldo che aspetta i clienti alla cassa. Peccato che poi in queste giornate succeda sempre qualcosa di brutto…
Entra di volata il Fantomas, amico di briscola, bestemmia contro il tempo e mi punta da lontano. Ci siamo, mi dico, che è successo questa volta?
«Gano, proprio te!»
«Che ho fatto?»
«Niente» biascica, già avvinazzato. «É il Trippa. Si vuole buttare!»
«Come?» Il Trippa è placido come un agnellino, mai un problema da quando lo conosco, moglie e un bambino alle medie, viene la domenica a vedersi la partita e il giorno per il caffè. A volte ci beviamo un sambuchino insieme. A volte…
«Sua moglie lo ha lasciato. Adesso è sul cornicione di casa sua, ci sono anche i pompieri, e non vuole venir giù!»
«Dio lemme! Non perdiamo tempo!» gli urlo. Saluto la Giorgia e il pizzo del suo reggiseno, e seguo Fantomas nella sua pandina verde pisello. Il cruscotto è un campo da battaglia disseminato di pacchetti di sigarette accartocciati, tagliandi di parcheggi e contravvenzioni. Il portacenere è così pieno di filtri di muratti che sembra sul punto di esplodere. Tenero vecchio Fantomas, chissà qual’è il tuo vero nome, penso.
La scatoletta sfreccia nel traffico cittadino di un balordo venerdì di pioggia. Le sospensioni sono un mero optional del gioiello Fiat. Ci vogliono almeno venti minuti e un centinaio di moccoli per raggiungere casa del Trippa. Anche di lui non mi ricordo il vero nome.
Avrete già capito che il Trippa non è un tipo molto agile. I centoventi chili li ha superati da un bel po’, e m’immagino il macello che potrebbe causare sull’asfalto, nel caso decidesse di farla davvero finita. Aggrappato alla grondaia all’altezza del quinto piano, in un palazzo decadente della periferia cittadina, il Trippa piange ed è uno spettacolo per stomaci forti. Ecco perché io sono lì.
Sotto i pompieri fumano e discutono la strategia. Ma che strategia e strategia, penso io.
«Portatemi da lui, lo conosco. Fatemi parlare cinque minuti» li dico. Loro continuano a fumare, incominciano a parlare di regole, ma alla fine si convincono da soli che l’idea è buona, specialmente per loro che non devono sporcarsi le mani.
Monto nella gabbia del braccio meccanico e incomincio a salire. Le vertigini sono un nemico di vecchia data, che all’imbrunire si dissipa come molte altre paure, grazie a numerosi corretti cognac e grappini vari. Il Trippa mi guarda e incomincia a gridare come un matto. «Gano, lasciami stare! Voglio farla finita…. Quella troia!»
“Trippa, se volevi farla davvero finita ti eri già buttato” penso io, ma non glielo dico perché se qualcuno mi sente e poi il fesso si butta, danno la colpa a me.
La gabbia si ferma ad un paio di metri dal vecchio grassone. Ci sono cose nella vita che non si possono spiegare; le donne, ad esempio, oppure il senso dei quiz televisivi, o la differenza tra un cappuccino senza schiuma e un caffellatte. Ma che quella vecchia grondaia arrugginita potesse reggere il peso del Trippa superava ogni regola dell’universo.
« Dai, falla finita e vieni giù!»
«Ci vengo giù, stai sicuro Gano…»
«Ma no, non intendevo quello. Dai, parliamone…»
«Che cacchio vuoi parlare… quella troia! Lo sapevi che c’aveva un altro?» Boia, le vertigini! Mi aggrappo alla gabbia smaniando un goccetto.
«Ma chi, tua moglie?»
«E chi sennò?»
«Boh… la tua ganza, che cazzo ne so io…»
«Ganza? Ma vai in culo, Gano. Guarda che mi butto per davvero!»
«No, fermo… insomma, ma non è stata lei a lasciarti? Spiegami.» Le vertigini passano. Respiro e cerco di fare il punto della situazione. Molto meglio….
«È andata da lui.» Il Trippa che piange è quasi peggio delle vertigini.
«Lui chi?»
«Un ingegnere di Pavia, che cacchio ne so io…»
«Guarda che culo che hai avuto!»
«Come?»
«S’è portata dietro il figliolo?»
«Si…»
«E allora a posto. Stasera veniamo io e il Fantomas a casa tua e ti portiamo anche la Petra. La conosci la Petra, no?»
«Si…» L’omo va distratto con le sue cose. Appena nominata la Petra, il Trippa smette di piangere…
«Si porta un po’ di vinello, ci guardiamo un film e poi lasciamo soli, che ne dici?»
«Ma io…» la coscienza è una brutta bestia, mentre l’amore è una favola raccontata male.
«Ma cosa ti credevi, che eri l’unico uomo per lei?»
«Ma veramente…»
«Guarda, con tutta sincerità, tua moglie è una brava donna, belloccia, e poi a letto ci sa fare, però…»
«Che cazzo stai dicendo? Ci sei stato anche te?»
«Appunto, proprio quello che ti stavo per dire… un brava donna, ma un po’ troia…»
«Ma io t’ammaz…» mi urla, e si sgancia dalla grondaia, ed io mi sporgo come un matto dalla gabbia, lo spingo indietro sul cornicione, lui si riaggrappa come una scimmia al tubo di ferro e ci guardiamo un po’ negli occhi. Come ci starebbe bene un grappino, penso.
«Hai finito di fare il cretino?» gli domando.
Ha il volto stravolto. Per un momento ha visto la morte in faccia, un prezzo troppo caro da pagare per qualsiasi sgualdrina, anche se è tua moglie.
«Va bene Gano. Vengo giù!»
La vita non è stronza. Sei stronzo tu se ti fai fregare!
Quella sera fu una bellezza. Il Trippa sembrava ringiovanito di dieci anni, tirato a lucido con la brillantina e le bretelle rosse. La Petra ci costò il doppio ma ne valse la pena. Quella notte, almeno per una volta nella sua vita, il Trippa era diventato il Tromba.

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