IL REGNO DELLE OMBRE

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di Aeribella Lastelle

Piangevo.
Piangevo per nessuna ragione in particolare.
Piangevo perché mi sentivo triste, perché qualcosa d’importante era finito, perché il giorno si stava per chiudere, e le ombre della sera venivano a reclamare il loro regno.
Piangevo per mille motivi, o forse solamente perché volevo essere consolata.
Piangevo seduta sui gradini di casa, la porta aperta alle mie spalle, così potevo sentire suonare lo stereo dal piano di sopra, il vecchio Tim Buckley.
Il bambino si avvicinò silenzioso e si sedette accanto a me. Lo conoscevo bene. Abitava dall’altro lato della strada e tutti i giorni lo vedevo uscire di casa con una grossa cartella rossa. Il suo nome era Leonardo, ma i suoi amici lo chiamavano Nio.
«Signorina Lastelle, perché piange?»
La voce dei bambini ha proprietà magiche. Penetra gli scudi degli adulti come una lama rovente nel burro, e va subito a toccare l’intimo.
«Ciao Nio. Oh niente, sono solo un po’ triste…» mentii. Provai vergogna. Io, l’adulta, la ragazza mancata, la signora mai stata, lo scherzo chiamato donna del ventunesimo secolo. Mentire a un ragazzino…
«Ha paura delle ombre?» mi chiese.
Le ombre sono delle bastarde, lo sapete vero? Specialmente in quelle giornate di maggio, piene di colori caldi, e fuori si sta in maglietta, ed è una meraviglia. Ma poi le ombre incominciano ad allungarsi, il sole penzola all’orizzonte e allora la maglietta non ti basta più. Arrivano i brividi agli avambracci, quelli che ti dovrebbero far sentire viva, ma che invece ti ricordano la tua caducità.
«Un po’…» confessai.
«Si, anch’io ho paura delle ombre, ma conosco un segreto per scacciarle.»
«Davvero?»
«Si. Vuole conoscerlo anche lei?»
Gli occhi di Nio brillavano d’aspettativa. I miei, grazie a lui, avevano smesso di inondarmi il volto.
«Nei sarei felice» ammisi.
«Ecco qui.»
Dalla tasca dei pantaloni tirò fuori una piccola torcia elettrica, di quelle da attaccare al portachiavi.
«Quando le ombre si fanno davvero insidiose, li sparo addosso la mia lucina. Così mi accorgo di quanto sono innocue. Basta una lampadina per farle scappare…»
«È un’ottima idea, Nio.»
«Lei ce l’ha una lampadina?»
«Sfortunatamente no.»
«Allora prenda questa. Io ne ho altre due a casa.»
«Ma non posso accettare…»
Ma per fortuna i bambini non capiscono il significato delle buone maniere. Mi mise in mano la torcia e mi salutò.
Di sopra Tim Buckley aveva finito di lamentarsi. “Maledette ombre, stasera ve lo faccio vedere io!” pensai, rientrando in casa. Avevo voglia di sentire quella babuska di Kate, e di aprirmi una bottiglia di buon vino.
Dopo quel giorno non ho mai smesso di portarmi dietro una lampadina. Pensatela come vi pare, ma mi fa sentire piú tranquilla…

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