L’AMULETO

di Jonathan Macini

L’amuleto.
Si, l’amuleto, proprio quello. L’ho gettato via. L’ho dato in pasto ai pesci… dannati pesci e creature marine. Anche voi cospirate insieme a lui.
Non è servito a niente. L’incubo è tornato, più orribile che mai. Ancora una volta l’altare. Ancora una volta quella maschera spaventosa che si avvicina col pugnale in mano. La lama, lunga e sottile, cosparsa di iscrizioni arcane. Io a ridosso della fredda pietra. Il mio corpo nudo, i miei muscoli tesi allo stremo, ma incapaci comunque di muoversi. La lama che si avvicina. Il ghigno da sotto la maschera. Non riesco a svegliarmi quando affonda nel ventre. Non provo dolore. Osservo il mio carnefice che con movimenti precisi incomincia a estrarre i miei organi. Il fegato, il pancreas, il cuore. Pulsa ancora nelle sue mani. Io rimango sveglio, in preda ad un orrore indescrivibile. Poi lui si sporge verso di me, sembra intenzionato a togliersi la maschera, ma un attimo prima di rivelare il suo volto io mi sveglio.
L’amuleto mi è arrivato circa quindici giorni fa per posta. Il mio interesse per gli oggetti antichi risale al periodo universitario. Interrotti gli studi di antropologia, più per pigrizia che per altro, ho incominciato a interessarmi di scienze occulte e pratiche esoteriche. All’inizio ero spinto da semplice curiosità; culti segreti, oggetti magici, maledizioni arcane. Ero convinto che il mio innato scetticismo fosse la migliore difesa contro qualsiasi anatema. Ma mi sbagliavo.
Com’è che diceva quel vecchio film? “Ho visto cose che…” ebbene, è proprio così! Ho visto cose che farebbero contorcere le budella ai mangiatori di fuoco. Basta avere gli indirizzi giusti e le password per accedervi. Le rete sotterranea è piena di schifezze di questo tipo. Con poco più di duemila euro rimedi un ragazzino da sacrificare. Non sto parlando di rapimenti, ma di bambini che si vendono per dare da mangiare alla loro famiglia. Roba da brividi!
L’amuleto arrivava dal Mar Rosso. Associato ad un culto antichissimo di Ebla, risalente al periodo di massima fioritura della città (2400 – 2250 AC), veniva adoperato dai sacerdoti per prepararsi a celebrare importanti rituali. I capi-culto mettevano alla prova la purezza del loro spirito entrando in contatto con il loro Io-Supremo. Baggianate…
Si, è così che ho pensato quando ho fatto il trasferimento di millequattrocentotrentanove euro sul conto di quell’arabo, tale Aziz Uruk. L’oggetto mi piaceva. Faceva un figurone in mezzo alla mia collezione, un pretesto fantastico per attirare nel mio appartamento qualche curiosa collegiale. Ma non era solo questo il motivo del mio interesse per l’amuleto. Sono anni che studio i culti protosiriani, akkadici ed aramaici, misteri insondabili per gli storici e i paleontologi. Bisogna spingersi oltre, magari con l’aiuto della fantasia, o della follia, direbbe qualcuno.
La storia è, come ogni altra scienza, interpretazione. Bisogna saperla leggere tra le righe, e se si vuole disseppellire le cose davvero importanti, non si deve aver paura di passare per degli sciocchi. Che ne sappiamo davvero del nostro passato. A scuola fin da bambini ci inculcano postille stantie, schemi disegnati a tavolino, parvenze di teorie. Cresciamo con la convinzione di possedere la conoscenza delle nostre origini. Beh, ve lo dico adesso, e non riuscirete a trovarmi più lucido di così… ci stanno raccontando un mucchio di baggianate. Si, baggianate. Tutto quanto è una megabaggianata.
Mi accendo una sigaretta e butto giù un po’ di tequila, tanto per farmi coraggio. Più scrivo e più mi viene da scrivere. L’amuleto, vi dicevo….
Un coccio romboidale che ricordava una piastrella. Forse una tegola. Incredibile che si sia conservato così. La missione italiana che nel 1964 si recò ad Ebla ritrovò molte suppellettili in perfetto stato. Deve essere stata insieme a queste. Maledetti italiani, quando ci si mettono sanno il fatto loro!
In più di quaranta anni il coccio deve essere passato da diverse mani. Chissà come se lo è procurato Aziz… Non bisogna mai fidarsi degli arabi. Le mille e una notte, ve le ricordate? La loro cultura si basa tutta su quelle parabole. Inganni, trabocchetti, mistificazioni. Sono degli artisti quando si tratta di mentire.
Sapevo del rituale, ma non gli avevo dato alcun peso. Non ero interessato a documentare le qualità magiche dell’oggetto. Non ci credevo, semplice. Ma ricordavo di aver letto che i sacerdoti usavo dormire sopra la pietra, la notte prima della celebrazione del rito. Era questo il modo per attingere il potere dall’oggetto.
Quella sera avevo bevuto. Non posso dire con certezza se fossi ubriaco, perché ricordo bene tutto quello che successe, ma di sicuro non avevo il pieno controllo delle mie facoltà. Altrimenti non avrei mai fatto quello che ho fatto.
La tipa si chiamava Linda, ed era davvero super. Appena vent’anni, ultimo anno, tanta ambizione negli occhi ed un corpo da urlo. Le dissi dell’amuleto e lei sembrò quasi eccitarsi. “Quando me lo fai vedere?” mi disse. Sapete bene che a una richiesta del genere non è facile resistere…
La portai su la sera stessa. Servii due gin and tonic che erano due corazzate sulla nuca. Ne seguirono altri tre. Lei faceva fatica a stare in piedi, mentre si rigirava tra le mani il coccio. Lo strinse tra le braccia e incominciò a ballare. Avevo messo su il secondo dei St Germain, Tourist. Che bello! Iniziò a spogliarsi. Piccola Linda, com’eri bella!!! Maledizione…
Iniziammo a farlo sul divano. La pietra giaceva sul tavolino da tè. Ogni tanto vi posavo gli occhi. Ho questa immagine nella testa e non riesco a liberarmene. Linda in ginocchio davanti a me intenta a trascinarmi in isole di piacere mai visitate prima, e l’amuleto dietro di lei che improvvisamente emana un bagliore, una luce arancione che mette i brividi. Ancora non so se me lo sono sognato oppure no, ma l’immagine è vivida, assolutamente reale.
Lei mi disse: “Andiamo in camera”. Io la seguii. Aveva raccolto l’amuleto dal tavolino. “Sei pronto ad incontrare il tuo Io-Supremo?” mi sussurrò, adagiandosi sul letto. Poi posò il coccio sotto il letto. Qualcosa dentro di me urlò che era tutto sbagliato, ma in quel momento nessuna voce interiore poteva dissuadermi dal fare quello che mi ero preposto di fare.
Scopammo fino a che ci resse il mondo, poi abbracciammo insieme l’oblio. La mattina dopo mi ritrovai solo nel letto. Lei se n’era andata. I piaceri della notte si erano dissolti insieme ai fumi dell’alcol. Il sogno era comparso per la prima volta, trasformandomi dentro.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno fu rinvenuto il corpo annegato di una ragazza. Linda si era tagliata i polsi e poi si era gettata dal ponte più alto. Alla luce dei ricordi della notte, non mi sorprese quel gesto.
Sono passati sette giorni da allora. Il sogno ritorna ogni notte. La pietra è in fondo al canale ed io incomincio ad agognare la fine della piccola Linda. Una paura ghermisce le mie membra, il mio stomaco, i miei intestini. Che l’uomo con la maschera infine mi si riveli. Perché so chi si nasconde dietro a quel ghigno…
… il mio Io-Supremo.

TRATTO DAL LIBRO: Sebastian Claw e altri racconti

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