GOTTO

Gotto e rigotto
M’imbratto, son cotto
Giammai come un fatto
Il vino mi sbatto
Aringhe da gatto
Formaggio da ratto
Gano è tranquillo
Versali un gotto
Al banco sto ritto
M’appoggio, l’ammetto
Puntello di petto
Dai piedi sorretto
Sorriso un po’ stretto
Ordino un gotto
Né Dante, né Giotto
Poeta bigotto
Ho il culo un po’ rotto
Ribevi! È il mio motto
Son Gano, son matto
Cantore distratto
Scrivo di getto
È solo un poemetto
Ho detto tutto
Finisco co’ un rutto
Alticcio di brutto
Sul letto mi butto
Son proprio distrutto.
Vi lascio ‘sto frutto
Parole di fiotto
Poema del gotto.

Gano

IL VECCHIO SOTTO IL TIGLIO (omaggio a Branduardi)

di Aeribella Lastelle

Sotto il tiglio siede il vecchio e la farfalla. È quasi il tempo della raccolta, e si intravedono i contadini a lavorare nei campi. Oltre la valle, dove gli alberi sono alti, rifluisce il fiume. Si muove attraverso dossi e declivi, preparandosi alla nascita di un lago.
Tanti anni fa in riva a quel lago viveva il signore di Baux, che piangeva il suo amore, la sposa rubata. Lo lasciò il giorno del loro matrimonio, rapita sotto la luna, ingannata da una pulce d’acqua. Forse era stata la bella dama senza pietà a reclamare la sua anima. Ma il signore di Baux non ci credeva. Continua a leggere

IL FRUTTO PROIBITO

di Jonathan Macini

Rita mi viene incontro con il frutto nella mano. Potrebbe essere una semplice mela, ma non lo è. Danza sotto le stelle, un ritmo antico e perverso. I suoi occhi sono abissi innominabili.
Le vesti volteggiano, sete trafitte dai bagliori lunari, turpi, osceni. Estrae la lingua mente mi viene vicino. La muove veloce come farebbe una vipera, poi d’improvviso ruota il corpo, buttando la testa all’indietro, lasciando i suoi occhi incollati ai miei. La musica è quella dei flauti e dei tamburi. Sempre loro…
Eccola a due passi da me. Mi porge la mela. M’invita all’oblio.
Rita, sei la mia droga!

101 Parole

L’ALTALENA

di Aeribella Lastelle

L’aquilone, il cerchio, l’ola-hop, il salto della corda, l’altalena, lo scivolo… arnesi d’infanzia. Con l’altalena volevo andare sulle nuvole. Glielo dicevo a mio padre: “Fammi andare sulle nuvole! Più forte!” A volte mi spingeva così in alto che avevo paura, ma io chiudevo gli occhi e mi sentivo un gabbiano.
È una mattina di settembre, fresca e solare. Ma siamo a fine mese, e il profumo dell’estate nell’aria si è già dissolto. Intuisco l’autunno dietro la brezzolina che viene da nord. Esco di casa, ho deciso. Vado al giardino dei giochi. Continua a leggere

IL RE DI FIORI

di Gano

Allora, fatemi ricordare. Eravamo io, il Tibia, il Cossu, il Nanni e Fantomas. Non vi sto a spiegare le ragioni di questi nomignoli, altrimenti non se ne esce. Tengo solo a precisare che per loro ero e sarò sempre il Gano. A posto così. Si diceva…
Eravamo noi cinque e s’andava una bellezza. Ramino, conchino, scala, ventuno, pokerone, insomma ci si divertiva. Chi aveva l’amaro, chi preferiva il grappino, quattro pacchetti di sigarette e uno di toscanelli. Il tavolo era pronto. Sabato sera, serata lunga, perché il circolo di sabato chiude alle due. Soliti ignoti; i ragazzini al balilla, la televisione accesa ma nessuno che la guarda, la bella Giorgia che serve camparini senza ghiaccio e montenegri nei bicchieri per il martini. Un universo perfetto, circolare, come il disegno di un essere supremo. Pianeti che orbitano con precisione attorno al bancone, comete che appaiono per pochi istanti per poi sparire per sempre alla vista, stelle che nascono e stelle che muoiono. Continua a leggere

INCUBO

di Jonathan Macini

Giorgino sa cosa si nasconde nel guardaroba.
Si raggomitola nelle coperte ed accende la torcia elettrica che gli ha regalato suo nonno. Illumina un anfratto di lenzuola, il suo nascondiglio. Ma se la cosa volesse lo troverebbe subito. Con le sue mani artigliate scosterebbe l’anta dell’armadio, veloce e silente come un gatto si accosterebbe al suo letto. Neanche un respiro lo tradirebbe, perché gli esseri come quello non respirano.
Giorgino spenge la lampadina. Chiude gli occhi nel buio della sua grotta. Lo sente. Sta arrivando. È proprio sopra il suo letto, pronto ad affondare gli artigli.
L’abbraccio di un nuovo incubo.

101 Parole

LA VILLETTA DI PAPÁ

di Jonathan Macini

Lacrime di sangue sulla faccia della luna. Un ululato lontano squarcia il disegno delle tenebre, mentre arranco fuori dal seminterrato della villetta di papà, quella sulle colline.
Mi accendo una sigaretta. Ho le mani lorde ma non ci bado. Le cime degl’alberi si muovono nel riverbero delle luci artificiali, quelle dell’autostrada vicina. Autisti notturni sfrecciano a meno di duecento metri da dove mi trovo, del tutto ignari del macello appena compiuto.
Il sapore della sigaretta è buono. Ho appoggiato volutamente le dita alle labbra. Ho gustato il lordume mischiandolo al tabacco. Ferro e humus.
Perché uccido? È una domanda alla quale ho provato di rispondere spesso. Non è facile. È un po’ come chiedersi perché si respira. È una domanda sciocca. Spesso me la pongono anche le mie vittime, un attimo prima che la festa abbia inizio. Continua a leggere