C’ERA UNA VOLTA…

di Aeribella Lastelle

Maddalene conserva negli occhi i sogni di suo padre. L’ha lasciata una notte d’inverno, su quella curva a gomito a poche centinaia di metri da casa. L’asfalto era bagnato. Il buio e poi la nebbia, che ricopriva ogni cosa, come la patina di povere che riveste i mobili antichi, come il tempo che si adagia sui ricordi offuscandoli, senza mai però cancellarli. Poteva andarci piano il vecchio, almeno per quella sera. Tre, forse quattro birre al pub con i vecchi amici. Non era ubriaco. Forse dannatamente sicuro di se. Pensava di conoscerla come le sue tasche quella strada. Credeva di avere il controllo dell’auto, fingendosi pilota, per una volta soltanto. Chissà cosa gli passava per la testa. Forse semplicemente la sicurezza che solo una manciata di minuti lo separavano dal caldo abbraccio di casa sua, dalle carezze di sua moglie, dal leggero e rassicurante respiro di sua figlia che dormiva. Lei lo sapeva che prima di andare a letto lui accostava l’orecchio alla porta per assicurarsi che tutto andava bene. Lo aveva sempre fatto, fin da quando era nata.

Maddalene aveva appena undici anni quando sua madre le disse che papà non sarebbe mai più ritornato. Sono passati sei lunghi inverni e da allora molto è cambiato. Aveva ceduto subito alla dilaniante necessità di conoscere quell’uomo, che ai suoi occhi era sempre stato in qualche modo sfuggente. In lui come in ogni padre vi era un lato giocoso ed uno serio. Ma nel suo sguardo dimorava qualcosa di remoto. Niente di scabroso da dover nascondere, o di bizzarro da doversi vergognare. Gli adulti la chiamavano “riservatezza”. Ma negli occhi di quell’uomo c’era di più.

Maddalene incominciò a leggere gli appunti di suo padre il giorno dopo il suo funerale. Era un pomeriggio freddo ma solare, la falsa promessa di una primavera alle porte. Invece l’inverno era appena incominciato. Lo scheletro del castagno davanti a casa ne era testimone.
Sua madre sembrava volesse mettersi alle spalle la tragedia il più in fretta possibile. Aveva riempito tre grossi scatoloni della roba del marito e li aveva sistemati nel sottoscala. In uno di questi c’erano una decina di quadernoni a copertina rigida scritti fittamente. Maddalene ne aveva afferrato uno e, senza farsi vedere dalla madre, se l’era portato in camera da letto.
Ben presto scoprì che l’unico modo per trattenere le lacrime era leggere quei quaderni. Dieci, cento, mille storie fantastiche, paesi meravigliosi, personaggi e creature straordinarie, interi universi nati dalla fantasia di quell’uomo. Chi era stato suo padre? Forse non sarebbe mai riuscita a conoscerlo veramente, ma attraverso quelle storie imparò ad amarlo in maniera molto speciale.

Oggi Maddalene conosce a memoria quei mondi. Le terre di Odyon, nei mari sperduti del sud, la principessa Rielell, cieca ma capace di leggere il cuore degli uomini, e poi Kydro il guerriero serpente, costretto a vivere lontano dalla sua gente perché considerato impuro. Decine di volte ha letto le storie di Flamal, il prigioniero del tempo, un uomo corrotto dal potere e condannato alla più crudele delle vite immortali. E poi il gigante Neir, figlio di un dio e di una prostituta, caduto sull’isola di Maroi per riportare alla ragione i suoi abitanti, corrosi dall’intolleranza e dal dogmatismo. E infine la splendida Aicella, strega e sacerdotessa del tempio di Caralla, figlia del mago Sokris e acerrima nemica di Tasamo il mezzosangue, un uomo che dal dolore è riuscito ad attingere solo crudeltà. E in ogni storia dimora un protagonista, un uomo dalle molte facce, che si aggira intrepido nelle terre di sogno. Il suo nome peró è uno solo, Argodar, e senza spiegarsi il motivo Maddalen riconosce in lui suo padre. Leggere le sue avventure è come essergli accanto.

Sono passati sei anni dalla sua morte. Il dolore non scompare, ma si traveste. A volte il travestimento può bastare. S’impara a conviverci.
Maddalene coltiva un sogno nel suo cuore; rendere partecipi di queste storie altri bambini. Siede davanti allo schermo del suo computer. Il cursore lampeggia in alto, scandendo una misura del tempo tutta sua. Secondi, ore, ere geologiche…
Maddalene tira un sospiro, ed è come un tuffo nel vuoto. Le dita sopra la tastiera. Tre parole per iniziare…
“C’era una volta…”.

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