LE FIGLIE

Nate dalla terra…
Siamo in poche ormai.
Prima che arrivassero gli uomini eravamo migliaia. Cantavamo insieme a nostra madre, canzoni d’amore a sorella Luna. Poi guardavamo il mare, bevendo i colori del tramonto.
Oggi continuiamo a nascere, ma non siamo più le stesse.
Selenio, mercurio, bario… liquami che filtrano attraverso l’epidermide, trasformando i nostri corpi.
Rimaniamo nascoste.
Vi osserviamo.
Sogniamo di riprenderci quello che ci avete tolto.
Le infezioni hanno alterato i nostri poteri. Alcune di noi possono innescare il cancro nei vostri organismi.
È crudele, ma è l’unico modo per riportare l’equilibrio.
Il tempo delle Figlie è arrivato.
Addio uomini.

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IL DIAVOLO IN ME

di Jonathan Macini

Cosa si nasconde dietro quella porta?
Lui.
Mani ghermenti, sudore rancido, petto villoso, alito alcolico.
Mio padre.
La forza bruta che afferra, piegando al suo volere.”Piccina, vieni qua. Tuo padre ha bisogno di coccole…”
No, quello è stato tanto tempo fa. Adesso dietro la porte c’è lei, la donna che sono diventata. È venuto il momento di farle visita. Si, proprio adesso, mentre punta quella nove millimetri alla testa del fottuto bastardo.
È una brava persona. Non lo farebbe mai…
…almeno che non le dia una mano io.
“Ciao bambina, ti ricordi? Ti ricordi quello che ci ha fatto?”
Uno sparo!

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INNOCENZA DESTATA

Innocenza destata
Al vertice dell’estinzione
Il sacrificio di un immagine
Uccisa dalla luce del mattino
Ci riporta nella valle delle ombre
Scomparendo in un poema
Testimoniando la confusione.

Uniti
In un mondo che non fu mai
Se la vita è breve e l’arte immortale
Crocifiggiamoci
Abbracciando un’oscurità ambigua
Piangente e sorridente al tempo stesso.

Notorius

C’ERA UNA VOLTA…

di Aeribella Lastelle

Maddalene conserva negli occhi i sogni di suo padre. L’ha lasciata una notte d’inverno, su quella curva a gomito a poche centinaia di metri da casa. L’asfalto era bagnato. Il buio e poi la nebbia, che ricopriva ogni cosa, come la patina di povere che riveste i mobili antichi, come il tempo che si adagia sui ricordi offuscandoli, senza mai però cancellarli. Poteva andarci piano il vecchio, almeno per quella sera. Tre, forse quattro birre al pub con i vecchi amici. Non era ubriaco. Forse dannatamente sicuro di se. Pensava di conoscerla come le sue tasche quella strada. Credeva di avere il controllo dell’auto, fingendosi pilota, per una volta soltanto. Chissà cosa gli passava per la testa. Forse semplicemente la sicurezza che solo una manciata di minuti lo separavano dal caldo abbraccio di casa sua, dalle carezze di sua moglie, dal leggero e rassicurante respiro di sua figlia che dormiva. Lei lo sapeva che prima di andare a letto lui accostava l’orecchio alla porta per assicurarsi che tutto andava bene. Lo aveva sempre fatto, fin da quando era nata. Continua a leggere

REQUIEM IN HAMMOND

Il Nosferatu muoveva le sue nodose falangi sui tasti dell’hammond, il B3 per essere precisi, accompagnato come si conviene dal Leslie 122. Il connubio è ideale per ottenere un suono morbido e rotondo, e abbandonarsi a dolci fraseggi Jazz. Alla creatura piaceva ricreare le atmosfere di Jimmy Smith, perdersi negli assoli acid, per poi riafferrare melodie classicheggianti in evidente sound progressivo.
La melodia volteggiava oltre la feritoia, perdendosi nella notte. Era il dolce requiem per la sua ultima vittima. Riversa sul freddo pavimento della torre, giaceva Gilda. Il Nosferatu le guardava la gola recisa, afferrando l’ispirazione.
Un lupo ululò alla luna.

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FULMINE

di Gano

Sugli scalini della badia, vidi Fulmine che piangeva.
Il giorno dopo scoprii che si chiamava Franco. Lo diceva il giornale, ma io lo conoscevo da vent’anni, ed era sempre stato Fulmine.
Gli offrii un caffè, ma arrivati al bar ordinò due sambuche.
Parlammo un po’ dei vecchi tempi. Non stava bene.
«Sicuro che non ti va un caffè?»
«No, grazie. Magari un’altra sambuca…»
Il bar stava per chiudere. Mi parlò di sua figlia. Se l’era portata via la leucemia, due settimane prima.
Lo lasciai sui gradini della chiesa. Gli dissi: «Ci si vede!»
Ma entrambi sapevamo che avevo detto una bugia.

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PASSANO LE NUVOLE

La mia prigione ha un ritaglio di cielo. Si apre a due metri d’altezza, sulla parete opposta alle sbarre. Un televisore sul mondo di appena dieci pollici.
Vedo le nuvole passare. Le conto, le annoto, le studio. Ogni giorno passano una ventina di animali, soprattutto pecore. Paesi, nazioni, anche quelli geograficamente più complicati, come il Cile oppure l’Indonesia. A volte ho visto i volti degli attori famosi, o dei politici che mi hanno rinchiuso qua dentro. Uno spasso!
Ma i momenti migliori sono quelli in cui si affaccia il drago. È lui che mi racconta le storie.
Ne volete sentire un’altra?

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